T.A.R. Umbria Perugia Sez. I, Sent., 10-03-2011, n. 69

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

1. Al ricorrente, sig. D.A., con provvedimento n. 3/2010 del Questore della Provincia di Terni in data 29 marzo 2010, ai sensi dell’articolo 6 ("Divieto di accesso ai luoghi dove si svolgono manifestazioni sportive") della legge 401/1989, è stato vietato, per la durata di tre anni, di "accedere a tutti gli impianti sportivi siti su tutto il territorio nazionale e all’estero in cui si svolgono tutte le manifestazioni sportive calcistiche (…) nonché ai luoghi antistanti gli stadi in occasione di partite (…) alle stazioni ferroviarie interessate agli arrivi e alle partenze dei convogli delle tifoserie, in occasione dei citati incontri, ai piazzali adibiti alla partenza, arrivo e sosta degli autoveicoli che trasportino le tifoserie medesime, caselli autostradali, scali aerei, autogrill ed in tutti gli altri luoghi interessati alla sosta, al transito ed al trasporto di coloro che partecipano o assistono alle competizioni medesime (…).

1.1. Il c.d. DASPO è motivato con riferimento alla circostanza che il ricorrente è stato individuato tra i tifosi della Reggiana i quali, in data 13 dicembre 2009, in occasione dell’incontro TernanaReggiana, valevole per il campionato di calcio "Lega Pro1^ Divisione/Girone B", si sono resi responsabili presso lo stadio Liberati di Terni di comportamenti sanzionabili ai sensi della predetta disposizione.

1.2. La vicenda viene così descritta nel provvedimento: "A.D. è stato indagato per il reato di cui all’art. 110 – 336- 339 c.p. in relazione all’art.6 quater della Legge n. 401/89 per:- aver tentato di far entrare all’interno dell’impianto sportivo striscioni non precedentemente autorizzati, come previsto dalla vigente normativa e non avendo ottenuto il consenso da parte del personale addetto al servizio di ordine pubblico, unitamente ad altro tifoso identificato per E.U., incitava quelli già all’interno del settore loro assegnato ad uscire. Per la medesima ragione, capeggiava la protesta anche dopo il ribadito diniego da parte del personale addetto alla sicurezza dell’impianto sportivo, adottando in tal modo un atteggiamento propedeutico a destabilizzare l’ordine pubblico. Sia l’A. che l’altro sostenitore della Reggiana assumevano un atteggiamento provocatorio ed offensivo nei confronti del personale preposto alla sicurezza che sfociava in azioni violente concretizzatesi in un primo momento con calci alle aste delle bandiere, che andavano a colpire due dei responsabili della sicurezza. Il comportamento aggressivo del predetto, già entrato regolarmente all’intero dell’impianto tramite la vidimazione del biglietto attraverso il tornello di sicurezza, continuava supportato anche da E.U. e si portava nei pressi dell’uscita di sicurezza posta nelle immediate vicinanze del tornello dal quale era entrato. In tale frangente all’esterno di quella stessa uscita di sicurezza si assiepavano altri sostenitori delle squadra della Reggiana e quelli già entrati si portavano alle spalle dell’A. e del tifoso sopra citato. La situazione degenerava immediatamente. Poiché approfittando della confusione creata dagli stessi tifosi, A.D., sostenuto nell’azione da E.U., azionava la maniglia antipanico (apribile solo dall’interno dell’impianto) permettendo ai tifosi all’esterno, quantificati in una cinquantina, di entrare nell’area di massima sicurezza che dava diretto accesso al settore assegnato ai tifosi ospiti, senza transitare per i previsti tornelli, evitando i controlli di sicurezza e favorendo l’ingresso degli striscioni e delle bandiere oggetto dei precedenti dinieghi, in violazione anche del regolamento d’uso dell’impianto sportivo. Al fine di attuare detto proposito, l’A., coadiuvato da altro tifoso, usava violenza nei confronti di uno steward che tentava di mantenere chiusa la porta di sicurezza, spintonandolo ed allontanandolo con violenza dopo avergli provocato una ferita alla mano con la quale tentava di mantenere bloccata la maniglia antipanico".

1.3. A seguito dell’attività investigativa svolta non sorgono dubbi sul’identificazione in A.D. quale responsabile dei fatti suindicati commessi in concorso.

1.4. L’indice di insofferenza al rispetto della normativa in materia di sicurezza è avvalorato dalla circostanza che l’A. per precedenti violazioni è stato sottoposto per ben tre volte al divieto di cui all’art 6, l. n. 401/1989 per comportamenti violenti assunti in occasione di incontri calcistici.

2. Il ricorrente impugna il provvedimento, prospettando le censure – di violazione e falsa applicazione degli articoli 6 e 6bis, della legge 401/1989, di eccesso di potere per travisamento dei fatti, difetto di motivazione e di istruttoria, difetto ed indeterminatezza dei presupposti – appresso esaminate.

3. Resiste per l’Amministrazione l’Avvocatura Distrettuale dello Stato, che ha depositato il documenti di causa.
Motivi della decisione

4. Il ricorso è infondato.

4.1. L’articolo 6 sanziona con il divieto di accesso le persone che risultano denunciate o condannate anche con sentenza non definitiva nel corso degli ultimi cinque anni, per determinati reati ivi elencati, o comunque per aver preso parte attiva ad episodi di violenza su persone o cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive, o che nelle medesime circostanze abbiano incitato, inneggiato o indotto alla violenza.

Tra i reati elencati vi sono quelli di cui agli articoli 6bis, commi 1 e 2, e 6ter, della medesima legge.

L’articolo 6bis, comma 2, sanziona penalmente, "Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, nei luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive, supera indebitamente una recinzione o separazione dell’impianto ovvero, nel corso delle manifestazioni medesime, invade il terreno di gioco (…)".

5. Dei motivi dedotti nei confronti del provvedimento, è infondato in punto di fatto il primo, nel quale si deduce che l’A. non avrebbe posto in essere il comportamento addebitatogli essendo rimasto distante dalla porta e dalla steward, rappresentando soltanto ai funzionari presenti il materiale che si intendeva portare all’interno dello stadio.

5.1. Dalla relazione in data 28 dicembre 2009 (all.to 7 al fascicolo dell’Avvocatura) l’A. e l’Errichello sono stati riconosciuti nei due soggetti che, pur essendo regolarmente entrati all’interno dello stadio, approfittando di uno stato di confusione avrebbero aperto la via di esodo azionabile solo dall’interno. L’A. sarebbe stato riconosciuto dal documento fotografico in allegato come la persona che avrebbe spintonato lo steward, allontanandolo con violenza provocandogli una contusione sulla mano destra.

5.2. E" pertanto innegabile che il comportamento dell’A. che ha spintonato lo steward ed ha azionato la maniglia antipanico integra la fattispecie di superamento indebito di una recinzione o separazione dell’impianto previsto dell’articolo 6bis, comma 2, l. n. 401/1989.

6. Nel secondo e nel terzo motivo (erroneamente rubricati sub 3 e sub 4) investono la pretesa indeterminatezza dell’oggetto del divieto, in quanto riferito a manifestazioni, luoghi, situazioni non specificamente indicati, né agevolmente percepibili da parte del soggetto tenuto a rispettare il divieto; così operandosi anche una sostanziale limitazione del diritto di circolazione, costituzionalmente tutelato.

6.1. Il Collegio è consapevole che la prevalente giurisprudenza amministrativa ritiene necessario che il provvedimento, nell’indicare "specificamente" i luoghi interessati dal divieto, sostanzialmente ne circoscriva la portata concreta. Ritiene peraltro di confermare l’orientamento di questo Tribunale (cfr., tra le altre, le sentenze: 14 giugno 2001, n. 335 e n. 336; 31 agosto 2004, n. 488 e n. 489; 11 novembre 2008, n. 723), nel senso che:

– una delimitazione della portata del divieto come quella contenuta nel provvedimento impugnato, meramente riproduttiva delle possibilità offerte dalla disposizione sanzionatoria, è certamente ampia, ma non è generica, né tale da determinare nel destinatario particolari incertezze o difficoltà di comprensione. Infatti, se nessun equivoco può derivare dal riferimento alle "stazioni ferroviarie" (la cui ubicazione è nota, e comunque sono ben visibili ed abbondantemente segnalate, al pari dell’esistenza dei treni speciali o degli esodi organizzati dei tifosi, limitati alle partite dei campionati professionistici e semiprofessionistici), sembra altresì evidente che il riferimento ai "luoghi antistanti gli stadi" ed ai "piazzali adibiti alla partenza, arrivo e sosta degli autoveicoli che trasportano le tifoserie", interpretati con aderenza al significato corrente delle parole, portano ad individuare gli spazi direttamente adiacenti agli impianti sportivi e quelli ufficialmente destinati, dalle amministrazioni locali e dalle autorità di pubblica sicurezza, allo stazionamento delle c.d. carovane di tifosi, non certo ad ogni strada che risulti utile al parcheggio da parte di chi si reca allo stadio. In sostanza, il divieto in esame scatta in presenza di un rilevante afflusso di massa di tifosi in occasione di manifestazioni calcistiche di notevole importanza, come tale agevolmente prevedibile e percepibile.

– si può convenire che la misura cautelare, così intesa, abbia una portata afflittiva notevole, ma essa appare proporzionata alla pericolosità dei comportamenti che intende prevenire, disincentivare e reprimere, così da rendere giustificato anche il particolare grado di attenzione e di commisurazione al contesto della propria condotta futura che il soggetto responsabile di tali comportamenti è tenuto ad avere.

7. Nell’ultima censura, il ricorrente lamenta che la Questura non avrebbe adeguatamente considerato le memorie difensive da essi presentate a seguito della comunicazione dell’avvio del procedimento.

7.1. Il Collegio rileva che la descrizione dei comportamenti e la qualificazione giuridica che sostengono il provvedimento appaiono puntuali, e non risultano scalfiti dalle argomentazioni del ricorrente (peraltro, riproposte in giudizio).

8. Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo
P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per l’Umbria, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna il ricorrente al pagamento in favore dell’Amministrazione resistente della somma di euro 2.000,00 (duemila/00) per spese di giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

Cass. civ. Sez. III, Sent., 21-06-2011, n. 13585 Pignoramento

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Svolgimento del processo

1.- Il Credito Fondiario e Industriale – FONSPA -Istituto per i finanziamenti a medio e lungo termine società per azioni propose appello avverso la sentenza del Tribunale di Campobasso, con la quale era stata accolta l’opposizione all’esecuzione avanzata dal Comune di Campobasso nei confronti dell’istituto di credito e del Fallimento CO.GE.MO. S.p.A.; con la sentenza appellata erano stati dichiarati impignorabili (in quanto appartenenti al patrimonio indisponibile del Comune, con relativa preclusione all’azione esecutiva) i beni immobili oggetto del pignoramento eseguito dal FONSPA in data 7 gennaio 1993, che era stato perciò dichiarato illegittimo.

Dedusse l’appellante, in primo luogo, che gli immobili erano gravati da garanzia ipotecaria in favore del FONSPA, iscritta in relazione al contratto di mutuo stipulato l’8 settembre 1988 tra l’istituto mutuante e la mutuataria società CO.GE.MO. s.p.a. (ancora In bonis);

che la CO.GE.MO. s.p.a., in data 20 aprile 1989, aveva venduto gli immobili al Comune di Campobasso, senza che questo, consapevole dell’ipoteca, provvedesse alla sua cancellazione ex art. 2858 cod. civ. e senza che rendesse edotto l’istituto mutuante dell’avvenuta compravendita (così precludendogli la possibilità di agire ex art. 2867 cod. civ. per ottenere il pagamento della somma costituente il prezzo della compravendita non ancora pagato all’alienante); che si sarebbe così posta in essere una nuova fattispecie acquisitiva di altrui diritti reali di garanzia, per di più senza indennizzo alcuno, quindi "gravemente scorretta, oltrechè ingiustamente dannosa". L’appellante dedusse altresì che, avendo il Comune destinato gli immobili acquistati ad abitazione di sfrattati, siffatta destinazione non costituiva pubblico servizio e quindi non era tale da far rientrare i beni nel patrimonio indisponibile del Comune e da renderli impignorabili.

2.- La Corte d’Appello di Campobasso ha accolto l’appello, ha dichiarato la validità e l’efficacia dell’atto di pignoramento eseguito dal FONSPA ed ha condannato l’appellato al pagamento delle spese processuali in favore dell’appellante.

3.- Avverso la sentenza della Corte d’Appello propone ricorso per cassazione il Comune di Campobasso, a mezzo di due motivi, illustrati da memoria. Si difende con controricorso il FONSPA, rappresentato dalla mandataria Credit Servicing S.p.A. (già denominata Servizi Immobiliari Banche – S.I.B. S.p.A.), che propone anche ricorso incidentale condizionato fondato su un unico motivo.
Motivi della decisione

Preliminarmente il ricorso principale ed il ricorso incidentale vanno riuniti.

1.- Con il primo motivo del ricorso principale si denunciano il vizio di violazione di legge in relazione al combinato disposto della L. n. 2248 del 1865, artt. 4 e 5 all. E) ed all’art. 34 cod. proc. civ., nonchè agli artt. 826 e 828 cod. civ. ed il vizio di falsa applicazione dell’art. 42 Cost.; si denuncia altresì il vizio di motivazione.

Quanto al profilo relativo all’art. 360 c.p.c., n. 3, il Comune ricorrente deduce, in primo luogo, che la Corte d’Appello non ha messo in dubbio l’avvenuta destinazione degli immobili a pubblico servizio, ma ha erroneamente richiamato l’istituto della disapplicazione della L. n. 2248 all. F) del 1865, ex artt. 4 e 5 al fine di disapplicare, appunto, il provvedimento di destinazione a pubblico servizio, che ha ritenuto implicito nell’atto di compravendita. Secondo il ricorrente, oltre alla violazione dei citati articoli della L. del 1865, vi sarebbe la violazione degli artt. 826 e 828 del codice civile perchè la Corte d’Appello avrebbe rinvenuto un provvedimento "implicito" di destinazione a pubblico servizio nell’atto di compravendita degli immobili, ritenendo perciò "illecito" quest’ultimo ed "illegittimo" il provvedimento amministrativo che in esso sarebbe stato contenuto, in quanto lesivi del diritto del creditore FONSPA che su quegli immobili aveva iscritto ipoteca. Aggiunge il ricorrente che, così facendo, la Corte di merito avrebbe individuato un provvedimento amministrativo del tutto ipotetico; inoltre, avrebbe fatto seguire alla supposta illegittimità di questo, l’illiceità del contratto di compravendita di diritto privato stipulato dal Comune: con ciò avrebbe disatteso il principio, affermato da questa Corte, secondo cui le cause di invalidità di un contratto stipulato da una pubblica amministrazione devono essere proprie di questo, non potendo conseguire all’illegittimità di uno degli atti dell’iter procedimentale amministrativo di formazione della volontà dell’ente.

1.1.- Il motivo è fondato.

Non sono in contestazione i seguenti presupposti fattuali della vicenda processuale:

il Comune di Campobasso, utilizzando risorse finanziarie concesse in attuazione della L. 15 gennaio 1980, n. 25, art. 7 di conversione del D.L. 15 dicembre 1979, n. 629, dal C.E.R. – Ministero dei Lavori Pubblici acquistò, con contratto di compravendita stipulato il 13 aprile 1989, e trascritto il 20 aprile 1989, dalla società CO.GE.MO. S.p.A-, al prezzo di L. tre miliardi, trentotto appartamenti ed un locale garage da destinare agli sfrattati;

– gli immobili erano gravati da ipoteca iscritta, per la complessiva somma di tre miliardi di lire, in favore di FONSPA, a garanzia di un mutuo concesso alla società venditrice con contratto dell’8 settembre 1988;

nel contratto di compravendita si stabilì che la società alienante avrebbe estinto il mutuo e cancellato l’ipoteca;

– il Comune destinò effettivamente gli immobili allo scopo per il quale erano stati acquistati, concedendoli in locazione ai soggetti destinatari di provvedimenti di sfratto, secondo quanto previsto dalla legge su richiamata;

la società alienante, invece, rimase parzialmente inadempiente alla propria obbligazione, lasciando permanere l’iscrizione ipotecaria su tre appartamenti e su un garage;

– l’istituto di credito mutuante, rimasto creditore per una somma residua di L. 108.000.000, pignorò gli immobili ancora gravati da iscrizione ipotecaria, con atto di pignoramento in data 7 gennaio 1993;

il Comune si oppose all’esecuzione, deducendo l’appartenenza dei beni pignorati al proprio patrimonio indisponibile.

2.- La Corte d’Appello di Campobasso ha, secondo quanto dedotto dal ricorrente, dato per presupposte le circostanze di fatto suddette, così come la destinazione a pubblico servizio degli immobili pignorati, ma ha ritenuto di "disapplicare" il provvedimento amministrativo di destinazione, ritenendo che questo fosse "implicito" nel contratto di compravendita.

La sentenza è meritevole di censura sia con riferimento gli artt. 826 e 828 cod. civ., che con riferimento agli artt. 4 e 5 della L.A.C. 2.1.- Quanto al primo profilo, va richiamata la giurisprudenza di questa Corte in tema di appartenenza alla categoria dei beni patrimoniali indisponibili del beni funzionali degli enti pubblici;

secondo tale consolidata giurisprudenza, affinchè un bene non appartenente al demanio necessario possa rivestire il carattere pubblico proprio dei beni patrimoniali indisponibili in quanto destinati ad un pubblico servizio, ai sensi dell’art. 826 c.c., comma 3, deve sussistere il doppio requisito (soggettivo ed oggettivo) della manifestazione di volontà dell’ente titolare del diritto reale pubblico (e, perciò, un atto amministrativo da cui risulti la specifica volontà dell’ente di destinare quel determinato bene ad un pubblico servizio) e dell’effettiva destinazione del bene al pubblico servizio (cfr., tra le tante, Cass. S.U. 28 giugno 2006 n. 14865, nonchè già Cass. S.U. 15 luglio 1999, n. 391; S.U. 27 novembre 2002, n. 16831; 22 giugno 2004, n. 11608), essendo peraltro indispensabile l’attualità della destinazione in concreto a pubbliche finalità (cfr., tra le altre, Cass. 13 marzo 2007, n. 5867; S.U. 16 dicembre 2009, n. 26402).

2.2.- Nel caso di specie, come detto, non è mai stato in contestazione che il Comune di Campobasso avesse, già dopo l’acquisto, e comunque prima del pignoramento, locato agli sfrattati gli immobili pignorati, mantenendo tale destinazione anche nel corso della procedura esecutiva.

Quanto alla idoneità di questa destinazione ai fini dell’inclusione degli immobili nel patrimonio indisponibile del Comune, va detto che non è necessaria la destinazione del bene all’uso generale, posto che l’appagamento della pubblica finalità può essere raggiunto anche servendo singoli soggetti, e con l’uso particolare (così Cass. 28 novembre 1997 n. 11564, ma cfr. Cass. S.U. 30 luglio 2008, n. 20595; 12 maggio 2003, n. 7269; S.U. 14 giugno 1995, n. 6686, ed in genere la casistica riguardante i c.d. alloggi di servizio).

Inoltre, va posto in rilievo che l’acquisto da parte del Comune di Campobasso, è stato compiuto per realizzare le finalità di cui al D.L. 15 dicembre 1979, n. 629 convertito, con modificazioni, nella L. 15 gennaio 1980, n. 25. Orbene, tale ultima legge recante "Dilazione dell’esecuzione dei provvedimenti di rilascio per gli immobili adibiti ad uso di abitazione e provvedimenti urgenti per l’edilizia", aveva attribuito ai Comuni un finanziamento in funzione dell’acquisto di unità immobiliari ultimate o da ultimare entro il 30 settembre 1980, e della loro successiva assegnazione in locazione ad equo canone o a canone agevolato a favore di soggetti destinatari di provvedimenti di rilascio, in possesso di determinati requisiti.

Si tratta di finalità che il Comune di Campobasso perseguì e realizzò e rispetto alle quali la rilevanza pubblicistica è insita nella legge che le prevede. Al riguardo può essere richiamato il precedente di questa Corte n. 11564/1997, che, nel pronunciarsi su analoga disciplina, rilevò che essa aveva di mira l’appagamento congiunto sia di una finalità sociale quale è quello dell’attribuzione di una abitazione ai soggetti che ne erano privi e non si trovavano in una condizione economica che consentisse di procurarsela, e sia della tutela dell’ordine pubblico posto in pericolo dalla presenza di "sfrattati" privi della possibilità di rinvenire altre abitazioni.

Giova peraltro precisare, anche in ragione di quanto si dirà in merito al provvedimento di destinazione a pubblico servizio, che l’inclusione degli alloggi acquistati con le risorse economiche di cui alla citata normativa nel patrimonio indisponibile del Comune, non è conseguenza (soltanto) del loro acquisto ma della loro concreta ed effettiva destinazione alla soddisfazione dei bisogni e delle finalità pubbliche contemplate dalla legge.

2.3.- Peraltro, la Corte d’Appello di Campobasso, tenuto conto della non contestazione delle circostanze di fatto inerenti alla ragione dell’acquisto delle unità immobiliari da parte del Comune ed alla loro effettiva destinazione alla prevista finalità, ha dato per scontato che quei beni facessero parte del patrimonio indisponibile comunale.

Però, ha ritenuto di poter "disapplicare" il provvedimento di destinazione al pubblico servizio.

Orbene, così decidendo, la Corte di merito ha, in primo luogo, errato quando ha ritenuto che il provvedimento amministrativo fosse "implicito" nel contratto di compravendita.

Il contratto fu soltanto lo strumento del quale il Comune si avvalse per conseguire la proprietà degli immobili.

Esso venne stipulato iure privatorum, senza che l’indicazione dell’utilizzazione di risorse finanziarie ai sensi della L. n. 25 del 1980, in esso contenuta, potesse trasformare l’atto negoziale in atto amministrativo, idoneo, in sè, a manifestare la volontà dell’ente di destinare i beni che ne formavano oggetto a pubbliche finalità.

Ed, invero, l’atto negoziale contiene esclusivamente l’accordo tra le parti volto alla realizzazione della causa contrattuale, secondo le norme del diritto privato che disciplinano il singolo contratto:

quindi, nel caso di specie, la manifestazione di volontà del Comune di acquistare gli immobili venduti dalla società CO.GE.MO. S.p.A. Piuttosto, la diversa manifestazione di volontà di destinare a pubbliche finalità gli immobili oggetto del contratto, è da ritenersi presupposta, ed anche preordinata, al contratto, ma contenuta, eventualmente anche per "implicito" in atti che siano espressione del potere d’imperio della pubblica amministrazione, vale a dire in atti amministrativi veri e propri, quali in particolare delibere degli organi dell’ente legittimati in forza della legge e dello statuto a formare e ad esprimere la volontà interna all’ente medesimo.

Dal momento che non risulta che provvedimenti di tal fatta siano mai stati richiamati nei gradi di merito del presente giudizio, nè, per la verità, ne risultano l’adozione e/o i contenuti, coglie nel segno la censura del Comune ricorrente quando afferma che in sostanza la Corte di merito ha finito per pronunciarsi inammissibilmente sul contratto di diritto privato.

Giova aggiungere che, per come risulta da quanto detto sopra, l’attività amministrativa di natura provvedimentale non sarebbe stata comunque da sola sufficiente a sottrarre all’espropriazione immobili del patrimonio disponibile conferendo loro una destinazione a servizi pubblici, essendo sempre necessaria tale effettiva, concreta ed attuale destinazione (cfr. Cass. 6 agosto 1987, n. 6755).

2.4.- Peraltro, anche il richiamo che la sentenza impugnata fa all’istituto della disapplicazione, in sè considerato, è, nel caso di specie, errato.

Le norme degli artt. 4 e 5 L.A.C, consentono al giudice ordinario di disapplicare un atto amministrativo illegittimo, quando la contestazione cade sopra un diritto che si pretende leso da tale atto, nei limiti in cui la disapplicazione incida sugli effetti dell’atto stesso in relazione all’oggetto dedotto in giudizio: questa disciplina sta a significare, in primo luogo, che presupposto della disapplicazione è un giudizio di validità o meno dell’atto amministrativo ed, in secondo luogo, e soprattutto, che il giudice ordinario esercita sull’atto un sindacato soltanto in via incidentale, disconoscendone l’efficacia dispositiva ai soli fini della disciplina del rapporto dedotto in giudizio.

E’ di tutta evidenza che, nel caso di specie, il provvedimento amministrativo di destinazione a pubblico servizio, anche ove fosse stato correttamente individuato dalla Corte d’Appello, non avrebbe potuto formare oggetto di una cognizione soltanto incidentale.

Infatti, in quanto provvedimento destinato a determinare direttamente la disciplina dei beni da esso considerati (includendoli in una specifica categoria di beni pubblici), la sua "disapplicazione" al fine di ritenere tali beni sottratti alla pubblica destinazione – così come ritenuta dalla Corte d’Appello – avrebbe finito per investire direttamente l’atto e non soltanto i suoi effetti, poichè avrebbe fatto venire definitivamente meno il primo, sottraendo i beni alla categoria cui la pubblica amministrazione aveva invece inteso ascriverli. Si tratta di un’operazione già in astratto non consentita al giudice ordinario.

A ciò si aggiunga che nel caso di specie nemmeno risulta espresso dalla Corte d’Appello il giudizio di non conformità alla legge dell’atto di destinazione del bene al pubblico servizio. Di certo, è da escludere che – come sembra potersi desumere dalla motivazione della sentenza impugnata – l’illegittimità del provvedimento amministrativo possa essere fatta derivare e/o coincidere con l’asserita illiceità del contratto di compravendita: ciò, sia per quanto detto sopra sul carattere meramente strumentale e comunque negoziale di tale atto, che non può in alcun modo essere confuso con l’attività amministrativa di destinazione dei beni che ne formarono oggetto alla loro pubblica finalità; sia perchè, a sua volta, come si dirà trattando del ricorso incidentale, è da escludere che il contratto di compravendita sia, in sè, illecito.

3.- Consegue a quanto sin qui detto che i beni pignorati nella procedura esecutiva nella quale è stata proposta la presente opposizione fanno parte del patrimonio indisponibile del Comune di Campobasso ed, in applicazione della disciplina propria di tale categoria di beni, sono impignorabili. Pertanto, è invalido il pignoramento che su di essi è stato trascritto ed è illegittima la procedura esecutiva della quale sono oggetto.

L’inespropriabilità di beni appartenenti al patrimonio indisponibile degli enti territoriali è stata affermata dai precedenti di questa Corte richiamati dal ricorrente e che qui si ribadiscono, nel senso che gli immobili appartenenti al patrimonio degli enti pubblici debbono ritenersi impignorabili quando esista, in relazione ad essi, un vincolo legale di destinazione a servizio pubblico direttamente costitutivo della loro indisponibilità; ed, a maggior ragione, quando tale vincolo, come nel caso di specie, sia preesistente al pignoramento (cfr. Cass. 6 agosto 1987, n. 6755, che aggiunge che gli immobili, appartenenti al patrimonio disponibile e privi di specifica destinazione a servizi pubblici all’epoca del pignoramento, si sottraggono allo stesso quando tale destinazione ricevano in concreto addirittura nel corso del processo esecutivo, per effetto della costruzione di un’opera pubblica comportante la conversione della natura giuridica del bene staggito con il passaggio dal patrimonio disponibile a quello indisponibile dell’ente indipendentemente dalla legittimità dell’iniziativa e da un successivo atto formale confermativo -, non essendo applicabile il principio della priorità della costituzione del vincolo, ma dovendosi privilegiare sull’interesse privatistico del creditore procedente di ottenere il soddisfacimento del suo credito, quello pubblicistico di soddisfare le esigenze della generalità dei cittadini, conservando al bene la destinazione impressagli ad ufficio o servizio di pubblica utilità;

cfr., nello stesso senso anche Cass. n. 11564/1997 cit.).

4.- Nè si può ritenere che la destinazione a finalità pubbliche di un bene sia contra legem soltanto perchè su quel bene insistono diritti reali di terzi, specificamente – per quel che rileva ai fini della presente decisione – diritti reali di garanzia. Piuttosto, la questione giuridica da risolvere concerne la sorte di questi diritti.

In via di prima approssimazione, si può dire che, come da opinione dottrinale da condividere, la causa di estinzione dell’ipoteca di cui all’art. 2878 c.c., n. 4, ricorra anche quando vi sia perimento del bene in senso giuridico, come accade, tra l’altro, nell’ipotesi di imposizione sul bene ipotecato di vincoli pubblicistici che pongano il. bene fuori commercio (cfr. Cass. 29 maggio 1976, n. 1946, che in motivazione osserva che in tal caso si avrebbe "la sopravvenuta inefficacia dell’ipoteca", che implica che essa non possa essere fatta valere con effetti reali nei confronti del terzo – ente pubblico – acquirente, ma non esclude che il patto di costituzione dell’ipoteca continui ad avere giuridica rilevanza; cfr., anche, per un’ipotesi soltanto analoga, Cass. 26 gennaio 2006, n. 1693), fatto salvo l’eventuale trasferimento dell’ipoteca sull’indennità che possa essere dovuta (come nel caso previsto dal D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, art. 26 contenente il testo unico in materia di espropriazione per pubblica utilità).

4.1.- Tuttavia, la questione -malgrado abbia formato oggetto, pressochè prevalente, degli scritti di parte controricorrente- è estranea al presente giudizio.

Questo ha ad oggetto esclusivamente la pignorabilità di beni di proprietà comunale attualmente destinati a pubblico servizio ed, una volta accertato come sopra che tale destinazione effettivamente vi sia e che essa non possa in alcun modo essere "disapplicata" (rectius, disattesa) dal giudice ordinario, la conclusione non può che essere l’accoglimento del primo motivo del ricorso, con riferimento al denunciato error in procedendo, la cassazione della sentenza impugnata ed, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2, l’accoglimento dell’opposizione all’esecuzione proposta dal Comune di Campobasso e la dichiarazione di nullità del pignoramento del 7 gennaio 1993 e dell’intera procedura esecutiva. Con l’ulteriore doverosa precisazione che, trattandosi di beni funzionali (comunque a destinazione pubblica ex art. 826 c. c., comma 3, e non di natura riservata ex art. 826 c.c., comma 2), l’impignorabilità permane fino a quando duri la loro destinazione a pubbliche finalità. 4.2.- La sentenza impugnata si occupa dell’ipoteca per affermare che si sarebbe avuto, nel caso di specie, "un abnorme e non previsto procedimento ablativo senza indennizzo dell’altrui titolarità di un diritto reale di garanzia" e pone tale affermazione a base del giudizio di illegittimità dell’atto amministrativo (implicito) di destinazione a pubblico servizio.

Come già detto il giudizio di illegittimità dell’atto è, nel caso di specie, precluso al giudice ordinario.

Con ciò, non si vuole certo dire che sia preclusa ogni tutela al creditore ipotecario che si assume danneggiato dall’atto o dal comportamento della pubblica amministrazione; soltanto, la tutela in parola è del tutto estranea al presente giudizio.

Quindi, sono irrilevanti ai fini della definizione di questo le valutazioni espresse nella sentenza impugnata – la cui motivazione sul punto è altresì illogica – riguardo alla condotta tenuta dal Comune, sia in occasione della stipula dell’atto di acquisto (in particolare, in merito al fatto che si sia limitato "a prevedere, nell’ambito dell’atto di compravendita, un generico obbligo (in nessun modo sanzionato) a carico della venditrice di provvedere alla cancellazione dell’ipoteca,..omissis…") sia successivamente (in particolare, in merito al fatto che il Comune non provvide come pure sarebbe stato suo onere, alla cancellazione dell’ipoteca ex art. 2858 c.c., o, quanto meno, a rendere edotto il Fonspa dell’avvenuta compravendita (così precludendogli di avvalersi della possibilità di agire ex art. 2867 c.c. per ottenere il pagamento della somma, fino alla concorrenza del credito ipotecario, costituente il prezzo della compravendita non ancora pagato all’alienante).

Sia la sorte dell’ipoteca del FONSPA che l’incidenza dei detti comportamenti sui diritti di tale creditore ipotecario sono estranei all’oggetto del presente giudizio.

In particolare, non rileva, ai fini dell’accoglimento dell’opposizione per impignorabilità dei beni, accertare se si sia o meno estinta l’ipoteca da cui sono gravati e se, in caso positivo, di tale estinzione debba rispondere il Comune di Campobasso;

soprattutto, non rileva accertare se i comportamenti dell’ente incongruamente considerati dal giudice di merito fossero o meno colposi e produttivi di danni ingiusti, come sostenuto dalla controricorrente, e contestato invece dal ricorrente (con numerosi argomenti, dei quali, per evidenti ragioni, non è necessario occuparsi).

5.- L’accoglimento del primo motivo del ricorso principale comporta l’assorbimento del secondo.

6.- Con l’unico motivo del ricorso incidentale condizionato il FONSPA, come rappresentato dalla mandataria Credit Servicing S.p.A. deduce la violazione e la falsa applicazione dell’art. 1421 cod. civ., degli artt. 99 e 112 cod. proc. civ., nonchè il vizio di motivazione, in merito alla mancata rilevazione d’ufficio della nullità del contratto di compravendita stipulato dal Comune di Campobasso in data 13 aprile 1989, trascritto in data 20 aprile 1989, ed avente ad oggetto gli immobili successivamente pignorati.

Sostiene la ricorrente incidentale che, essendo la contestazione del diritto di procedere ad esecuzione forzata da parte del Comune opponente fondata sul menzionato contratto, la verifica della validità di questo va fatta d’ufficio, poichè inerisce alle condizioni dell’azione del Comune.

Quanto al merito, secondo la ricorrente, vi sarebbero diversi profili di nullità del contratto alternativi tra loro o anche da sommare.

6.1.- L’infondatezza del motivo di ricorso incidentale risulta con evidenza già da quanto argomentato in merito al carattere strumentale del contratto di compravendita. Esso è servito a far conseguire al Comune la proprietà dei beni che ne formavano oggetto:

orbene, nessuna norma dell’ordinamento sancisce l’inalienabilità dei beni ipotecati, tale da produrre la nullità, o l’annullabilità o l’inefficacia dell’atto di trasferimento che li abbia ad oggetto; nel sistema ipotecario manca anche una norma affine a quella dell’art. 2913 cod. civ., dettata per l’alienazione del bene pignorato; ancora, vi è un favor dell’ordinamento nei confronti del terzo acquirente di bene ipotecato rispetto al quale il creditore ipotecario si avvalga del diritto "di sequela" o di "seguito" che connota la garanzia ipotecaria. Il contratto in sè è valido ed efficace proprio perchè il sistema normativo è nel senso di agevolare la circolazione giuridica dei beni ipotecati. Pertanto, risulta priva di fondamento la deduzione della nullità del contratto per illiceità del motivo o della causa, così come quella del c.d. reato-contratto (che peraltro, con riguardo alla truffa sostenuta dalla ricorrente incidentale, è confìgurabile soltanto tra le parti del contratto, cui invece FONSPA è estraneo, e potrebbe tutt’al più comportare l’annullabilità, non certo la nullità del contratto: cfr. Cass. 26 maggio 2008, n. 13566).

E’, invece, la destinazione pubblica dei beni acquistati che impedisce – fintantochè tale destinazione permane e sia attuale – che l’espropriazione segua contro l’ente pubblico acquirente ex art. 2858 c.c., ultimo inciso.

Ciò è tanto vero che la ricorrente incidentale adduce, per altro verso, ragioni di nullità che non sono in alcun modo riferibili al contratto in sè (quali l’effetto ablativo del diritto reale, senza corresponsione di indennizzo, che sarebbe seguito alla fattispecie negoziale complessa ed a formazione progressiva, costituita dall’atto di acquisto, dalla sua mancata comunicazione al creditore ipotecario e dalla destinazione dei beni a pubblico servizio; ovvero l’operazione in frode alla legge), ma impongono che lo si consideri unitamente ad una o più condotte, che di reputano, illecite della pubblica amministrazione stipulante: questo comporta che nessun vizio si possa rinvenire nell’atto negoziale in sè e che questo anzi debba essere considerato valido ed efficace, come componente di una fattispecie "complessa", asseritamente illecita; fattispecie, comunque, del tutto estranea, come detto, al presente giudizio.

Il ricorso incidentale condizionato va perciò rigettato.

7.- Avuto riguardo alla peculiarità della vicenda in sè ed alle controverse questioni giuridiche affrontate dalle parti, che hanno condotto a contrapposti esiti nei gradi di merito, appare equa la compensazione delle spese del giudizio di cassazione.
P.Q.M.

LA CORTE riuniti i ricorsi, accoglie il primo motivo del ricorso principale, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, accoglie l’opposizione all’esecuzione del Comune di Campobasso, dichiara la nullità del pignoramento eseguito da FONSPA in data 7 gennaio 1993 e l’impignorabilità dei beni vincolati; dichiara assorbito il secondo motivo. Rigetta il ricorso incidentale condizionato. Compensa tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

Cass. civ. Sez. II, Sent., 11-07-2011, n. 15188

l ricorso.
Svolgimento del processo

Con citazione notificata il 5 agosto 1991, B.M., titolare della omonima impresa di costruzioni, assumendo: (a) che aveva stipulato, in data 25 agosto 1988, un preliminare per la vendita di un appartamento in un edificio in corso di costruzione a M. V. per il prezzo di L. 170.000.000, e (b) che con un successivo preliminare si era impegnata a trasferire alla medesima M. un box dietro pagamento del prezzo di L. 23.000.000, e sostenendo (c) che nella determinazione del prezzo di tale box era incorsa in errore, riferendosi il detto prezzo ad un posto auto scoperto, e (d) che la M. si era rifiutata di versare il saldo delle somme dovute per l’appartamento, conveniva in giudizio, dinnanzi al Tribunale di Bari, la M. per sentirsi dichiarare inadempiente al preliminare del 25 maggio 1983 e per sentire emettere sentenza ex art. 2932 cod. civ., condizionando il trasferimento al pagamento integrale del prezzo e per sentire dichiarare la risoluzione del preliminare relativo al box auto.

La M. si costituiva in giudizio contestando le domande e in via riconvenzionale chiedeva emettersi sentenza ex art. 2932 cod. civ., per il trasferimento in suo favore sia dell’appartamento che del box auto, dandosi atto dell’avvenuto versamento, a titolo di acconto, della somma di L. 143.030.000 e della offerta da parte sua della somma residua di L. 49.970.000.

Riunita al giudizio altra causa introdotta dalla M. ed avente ad oggetto le medesime domande dalla stessa proposte in via riconvenzionale, con sentenza depositata il 29 maggio 2000, l’adito Tribunale respingeva le domande della B. e accoglieva integralmente le domande della M., trasferendo in suo favore la proprietà degli immobili condizionatamente al pagamento del prezzo residuo, oltre agli interessi legali dal 3 luglio 1991 e all’IVA, peraltro già corrisposta nella misura di L. 3.583.544.

Avverso questa decisione ha proposto appello la B..

Nella resistenza della M., la Corte d’appello di Bari, con sentenza depositata il 28 febbraio 2005, ha rigettato il gravame.

La Corte ha innanzitutto rigettato il motivo di gravame volto a sostenere che la M. non aveva provveduto al pagamento di lavori extracontrattuali per l’importo di L. 21.317.600. In proposito, la Corte ha rilevato che l’appellante non aveva fornito la prova dell’avvenuta esecuzione di detti lavori, avendo fatto riferimento, per la loro identificazione, ad un disciplinare che non era stato sottoscritto dall’acquirente. Nel disciplinare prodotto da quest’ultima vi erano poi due sole voci (le nn. 16 e 17, relative alla pavimentazione in granito in luogo di quella originariamente prevista in monocottura) che risultavano modificate e la Corte d’appello ha ritenuto che dette modifiche fossero state concordate dalle parti per lo stesso prezzo già stabilito, e ciò sia perchè sul punto alcuna contestazione era stata mossa dalla B. sino all’udienza di precisazione delle conclusioni, sia perchè i relativi costi non risultavano avere formato oggetto di riserva da parte della stessa B. al momento della consegna dell’appartamento. Nè, secondo la Corte, poteva ritenersi che le modifiche apportate sul disciplinare fossero frutto di una posticcia alterazione del documento, atteso che la M. aveva ammesso in sede di interrogatorio libero che le aggiunte erano state apportate da F. M., precisando tuttavia che ciò era avvenuto alla presenza della B. e che il F. era il cognato della stessa e suo collaboratore di fiducia, tanto che riceveva ed effettuava pagamenti per suo conto.

Quanto alle altre opere extracontratto, la Corte ha rilevato che, pur se la M. ne aveva ammesso l’esecuzione, tuttavia la medesima aveva precisato di avere provveduto a regolare direttamente il pagamento con l’impresa cui era stata appaltata la costruzione dell’edificio. D’altra parte, la B. non aveva prodotto alcun ordine scritto a lei rivolto e avente ad oggetto l’esecuzione di detti lavori, nè fatture o buoni di consegna a lei intestati relativamente ai diversi materiali ordinati dalla M.; nè che fosse vietato agli acquirenti degli appartamenti avere rapporti diretti con la impresa appaltatrice. La Corte ha rilevato inoltre, da un lato, che nella corrispondenza intercorsa con l’acquirente, e poi nel corso del giudizio e sino alla costituzione dei nuovi procuratori della B., mai era stato fatto alcun riferimento alla esecuzione di lavori extracontrattuali; dall’altro, che l’impresa appaltatrice mai aveva formulato nei confronti della B. richieste di pagamento relativamente ai lavori eseguiti nell’appartamento della M.. Nè, ha concluso sul punto la Corte d’appello, la B. poteva pretendere di provare, per la prima volta in grado di appello e a circa quindici anni dalla esecuzione dei lavori, le richieste di modifica avanzate dalla M., attraverso una prova testimoniale formulata in modo assai generico, senza indicazione specifica delle circostanze di tempo e di luogo in cui sarebbero state effettuate le richieste di lavori aggiuntivi e senza indicazione delle persone in presenza delle quali ciò sarebbe avvenuto.

La Corte ha quindi ritenuto, rigettando il secondo motivo di appello, che correttamente il Tribunale avesse valutato le prove documentali offerte dalle parti e la prova presuntiva nel senso di escludere un qualsivoglia inadempimento della M.. In proposito, la Corte ha rilevato che era provato l’avvenuto pagamento della somma di L. 134.533.544, così come era incontroversa l’offerta di pagamento della residua somma di L. 50.000.000, sicchè rimaneva da provare il pagamento della residua somma di L. 8.446.456; e la M., ad avviso della Corte d’appello, aveva fornito la prova dell’avvenuto pagamento di L. 12.007.000 attraverso la produzione di sei assegni bancari girati in bianco dalla M. alla B., dovendosi imputare l’eccedenza a pagamento dell’IVA sull’importo contrattuale. Il fatto che di questi assegni alcuni non recassero la firma di girata della B. non escludeva l’attitudine probatoria dei titoli, atteso che la B. era solita effettuare i pagamenti all’impresa appaltatrice girando in bianco assegni ricevuti dalla M., mentre la contraria affermazione della B. di non avere mai negoziato in tal modo i titoli si scontrava con il riconoscimento, dalla medesima fatto, della corresponsione del secondo acconto di L. 40.000.000 con le medesime modalità. Con riferimento poi a tre assegni, dei quali le banche non avevano trasmesso alla M. copia integrale, la Corte rilevava che l’avvenuta percezione delle somme dagli stessi portate potesse desumersi dalle bugie dette dalla B. in sede di interrogatorio libero e nelle deduzioni difensive di non avere mai incaricato il F. o altri di incassare somme per suo conto dalla M.; dalla circostanza che nella corrispondenza intercorsa prima del giudizio, nell’atto di citazione e sino al mutamento di difensori, la B. mai aveva negato di avere ricevuto acconti per L. 143.030.000 e di essere creditrice della residua somma di L. 50.000.000; dall’impegno profuso dalla M. nel richiedere alle banche l’invio degli assegni da lei tratti. Del resto, i tre assegni avevano un importo talmente modesto, a fronte dell’avvenuto versamento di ingenti acconti, da indurre ad escludere l’attendibilità della ricostruzione della B., che mai aveva richiesto una riduzione del prezzo pattuito. Nessun inadempimento poteva quindi addebitarsi alla M., essendo invece risultata solo la B. inadempiente ed essendosi essa inizialmente limitata a dedurre che la questione controversa concerneva solo il prezzo del box e non altro.

La Corte ha rigettato poi il motivo con il quale la B. aveva sostenuto l’inadempimento della M. per non avere offerto al notaio in sede di stipula l’importo dell’IVA, osservando che dagli atti non emergeva in alcun modo che l’acquirente si fosse rifiutata di pagare l’IVA, mentre risultavano motivi addebitatali alla B., che non aveva dato prova di avere emesso le fatture sulle quali l’acquirente avrebbe dovuto pagare l’IVA, fermo restando che in nessuno dei due preliminari era previsto il pagamento dell’imposta contestualmente alla stipula.

Quanto infine all’ultimo motivo di appello, concernente la mancata restituzione di quanto dalla B. versato a titolo di ICI dopo l’immissione della M. nel possesso dell’immobile,, la Corte ha rilevato che nessuna pronuncia di rimborso era possibile, dal momento che si trattava di obbligazioni fiscali non previste e non regolate tra le parti e gravanti su chi è proprietario al momento della imposizione, e che comunque non vi erano in atti ricevute che si potessero riferire specificamente agli immobili acquistati dalla M..

Per la cassazione di questa sentenza, ha proposto ricorso B. M. sulla base di tre motivi, illustrati da memoria, cui ha resistito, con controricorso, M.V..
Motivi della decisione

Deve preliminarmente essere disattesa l’eccezione di inammissibilità del ricorso per difetto della procura speciale. Trova infatti applicazione il principio per cui "il mandato apposto in calce o a margine del ricorso per cassazione, essendo per sua natura speciale, non richiede ai fini della sua validità alcuno specifico riferimento al giudizio in corso, sicchè risultano irrilevanti sia la mancanza di uno specifico richiamo al giudizio di legittimità sia il fatto che la formula adottata faccia cenno a poteri e facoltà solitamente rapportabili al giudizio di merito" (Cass., n. 26504 del 2009).

Nella specie, a margine del ricorso risulta apposta la seguente formula: "A rappresentarmi e difendermi con le più ampie facoltà di legge, nomino l’Avv. Mario Spinelli". Trattasi di formula che, pur non contenendo uno specifico riferimento alla sentenza oggetto di impugnazione e al giudizio di cassazione, tuttavia acquista il necessario connotato di specialità per essere apposta a margine del ricorso per cassazione; essa, inoltre, non contiene alcuna indicazione che possa indurre a ritenere che la procura sia stata conferita per un diverso giudizio.

Con il primo motivo, la ricorrente denuncia nullità della sentenza e/o omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia ( art. 360 cod. proc. civ., nn. 4 e 5). La ricorrente rileva che con l’atto di appello aveva insistito perchè venisse riconosciuto il suo diritto al pagamento di lavori extracontrattuali e aveva dimostrato che la M., contrariamente a quanto affermato dalla Corte d’appello, aveva corrisposto in ritardo parte della terza rata dovuta per il completamento delle finiture, sicchè la somma offerta dall’acquirente dinnanzi al notaio era insufficiente ad assolvere alle obbligazioni sulla stessa gravante. La Corte d’appello, atomizzando il contenuto delle censure proposte, non si sarebbe quindi avveduta che con tali censure si mirava a dimostrare l’inadempimento della M..

Il motivo è infondato.

La Corte d’appello, all’esito della disamina delle risultanze istruttorie e dei motivi di gravame, ha conclusivamente affermato che non vi era in atti prova di un qualsivoglia inadempimento della M. e ha invece ritenuto sussistente l’inadempimento della venditrice. Si tratta di accertamenti di fatto adeguatamente e logicamente motivati, come si desume dal contenuto della sentenza di cui è dato prima conto.

La censura, peraltro caratterizzata da genericità, non risulta congrua rispetto alla riferita motivazione, senza che siano evidenziate specifiche lacune o contraddizioni della trama argomentativa della sentenza impugnata, con il che il motivo si risolve in una inammissibile richiesta di nuova valutazione delle risultanze istruttorie, non consentita in sede di legittimità.

Quanto poi alla denunciata nullità della sentenza impugnata, la censura risulta meramente enunciata ma non dimostrata, essendo al più denunciata, ma incongruamente, una erronea interpretazione dell’atto di appello piuttosto che un vizio di omessa pronuncia, peraltro del tutto insussistente nella specie.

Con il secondo motivo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1453, 1218, 2697 e 2729, nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione. La censura si riferisce alle argomentazioni in base alle quali la Corte d’appello ha ritenuto che le modifiche nei materiali di cui ai punti nn. 16 e 17 del disciplinare fossero state concordate e che non fossero stati provati i lavori extracontrattuali.

Quanto al primo punto, la ricorrente osserva che l’evidente alterazione del disciplinare, riconosciuta dalla stessa M., non poteva esserle opposta, anche perchè, in sede di libero interrogatorio, la medesima acquirente aveva affermato che le modifiche erano state apportate non da essa ricorrente ma dal F., il cui operato non poteva certamente essere fonte di obbligazioni per lei, non essendo neanche stata oggetto di dimostrazione l’asserita collaborazione del F..

Quanto alla questione dei lavori extracontrattuali, la ricorrente si duole che la Corte d’appello abbia sostanzialmente invertito l’onere probatorio. Infatti, una volta ammesso dalla stessa controparte che i lavori erano stati eseguiti, era onere della M. provare che il pagamento fosse avvenuto direttamente nelle mani della impresa appaltatrice ovvero dei fornitori dei materiali. E sul punto, la M. non aveva dedotto alcunchè. Del tutto irrilevante doveva poi ritenersi l’argomentazione secondo cui solo in corso di causa ella aveva avanzato richiesta di pagamento di lavori extracontrattuali, avendo tale pretesa formato oggetto sia di richieste stragiudiziali, sia dell’atto di citazione. La sentenza sarebbe poi ulteriormente viziata per non avere la Corte d’appello ammesso la richiesta prova testimoniale. Il decorso di un rilevante lasso di tempo dai fatti non incide sulla ammissibilità della prova testimoniale, che del resto era stata articolata in modo preciso.

Ed ancora, la ricorrente si duole della motivazione relativamente agli avvenuti pagamenti da parte della M. e quindi alla congruità della somma offerta in sede di stipula. In particolare, la Corte territoriale avrebbe errato nel ritenere provati i pagamenti di cui agli assegni privi di girata e la motivazione addotta sul punto sarebbe del tutto insufficiente. La Corte d’appello avrebbe quindi violato le norme sulle presunzioni, in quanto il fatto che i conteggi della controparte fossero stati contestati solo in corso di causa non aveva alcuna valenza presuntiva circa la correttezza di quei conteggi; per il resto, la Corte ha attribuito rilievo a circostanze di fatto del tutto inidonee a costituire premessa di un ragionamento presuntivo, omettendo invece di considerare altri elementi, pure evidenziati, che avevano una valenza esattamente contraria.

Il motivo è inammissibile, con riferimento alla denunciata violazione di legge.

E’ noto che quando nel ricorso per cassazione, pur denunciandosi violazione e falsa applicazione della legge, con richiamo di specifiche disposizioni normative, non siano indicate le affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che si assumono in contrasto con le disposizioni indicate – o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina – il motivo è inammissibile, poichè non consente alla Corte di cassazione di adempiere il compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione (Cass. n. 15177 del 2002; Cass. n. 2707 del 2004; Cass. n. 8106 del 2006).

Nel caso di specie, la ricorrente ha denunciato genericamente la violazione delle norme di legge indicate in epigrafe, ma ha omesso di correlare la dedotta violazione e falsa applicazione delle dette norme a specifiche argomentazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata.

In realtà, lungi dall’integrare un pertinente motivo di ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 360 cod. proc. civ., n. 3, le censure della ricorrente si appuntano esclusivamente sulla motivazione della sentenza impugnata. In proposito, peraltro, deve rilevarsi che "la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico – formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando, così, liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti (salvo i casi tassativamente previsti dalla legge). Ne consegue che il preteso vizio di motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorietà della medesima, può legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame di punti decisivi della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile di ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico – giuridico posto a base della decisione" (Cass., S.U., n. 13045 del 1997; Cass. n. 8718 del 2005).

Il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360 cod. proc. civ., comma 1, n. 5, infatti, "non equivale alla revisione del ragionamento decisorio, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità; ne consegue che risulta del tutto estranea all’ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Corte di cassazione di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso l’autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa. Nè, ugualmente, la stessa Corte realizzerebbe il controllo sulla motivazione che le è demandato, ma inevitabilmente compirebbe un (non consentito) giudizio di merito, se – confrontando la sentenza con le risultanze istruttorie – prendesse d’ufficio in considerazione un fatto probatorio diverso o ulteriore rispetto a quelli assunti dal giudice del merito a fondamento della sua decisione, accogliendo il ricorso sub specie di omesso esame di un punto decisivo. Del resto, il citato art. 360 cod. proc. civ., comma 1, n. 5, non conferisce alla Corte di cassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione operata dal giudice del merito al quale soltanto spetta individuare le fonti del proprio convincimento, e, in proposito, valutarne le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliendo, tra le varie risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione" (Cass. n. 4766 del 2006).

Con specifico riferimento alla prova presuntiva, poi, si è chiarito che "spetta al giudice di merito valutare l’opportunità di fare ricorso alle presunzioni semplici, individuare i fatti da porre a fondamento del relativo processo logico e valutarne la rispondenza ai requisiti di legge, con apprezzamento di fatto che, ove adeguatamente motivato, sfugge al sindacato di legittimità, dovendosi tuttavia rilevare che la censura per vizio di motivazione in ordine all’utilizzo o meno del ragionamento presuntivo non può limitarsi ad affermare un convincimento diverso da quello espresso dal giudice di merito, ma deve fare emergere l’assoluta illogicità e contraddittorietà del ragionamento decisorio, restando peraltro escluso che la sola mancata valutazione di un elemento indiziario possa dare luogo al vizio di omesso esame di un punto decisivo" (Cass. n. 8023 del 2009; Cass. n. 15737 del 2003).

Orbene, tenuto conto dei limiti propri del sindacato consentito in sede di legittimità in relazione al denunciato vizio di motivazione, ritiene il Collegio che le articolate censure della ricorrente si risolvano nella richiesta di una nuova valutazione delle risultanze istruttorie. Lungi dall’evidenziare lacune logiche o contraddizioni nel tessuto argomentativo della sentenza impugnata, la ricorrente sostiene che le circostanze di fatto, dalla Corte d’appello ritenute significative per rigettare le pretese della ricorrente e per accogliere, invece, le domande della controparte, sarebbero suscettibili di una diversa valutazione e per tale ragione inidonee a sorreggere il ragionamento presuntivo articolato dal giudice del gravame. In tal modo, peraltro, le critiche della ricorrente finiscono per appuntarsi sulla valutazione dei dati probatori rilevanti acquisiti nel corso del giudizio, interpretati dalla Corte d’appello alla luce del criterio valutativo di cui all’art. 116 cod. proc. civ., comma 2, e cioè alla luce del comportamento processuale delle parti. In particolare, la Corte territoriale ha evidenziato il mutamento di strategia processuale della ricorrente che, per quanto legittimo, non ha comunque vanificato l’originaria posizione di non contestazione in ordine alle somme che la resistente aveva versato e circa la effettuazione di lavori non previsti nell’originario contratto.

La stessa decisione della Corte d’appello di ritenere inammissibile la prova testimoniale si sottrae alle proposte censure, atteso che la valutazione della Corte territoriale scaturisce dalla disamina delle altre risultanze probatorie e tiene conto del comportamento processuale delle parti e segnatamente della iniziale mancanza di qualsivoglia richiesta della ricorrente per lavori extracontrattuali.

In tale contesto, la valutazione di genericità della prova testimoniale sotto i profili indicati in motivazione, si sottrae a critica, avendo in sostanza la Corte d’appello ritenuto non decisiva la prova in considerazione delle altre risultanze istruttorie.

Con il terzo motivo, la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 504 del 1991, art. 1 e dell’art. 2932 cod. civ.. La censura si riferisce al rigetto della domanda di restituzione delle somme versate a titolo di ICI e di imposta straordinaria sugli immobili relativamente a periodi di imposta nei quali il bene era nella disponibilità della M.. Del resto, la circostanza che la sentenza ex art. 2932 cod. civ., retroagisce alla data della trascrizione della relativa domanda avrebbe dovuto indurre la Corte territoriale a ritenere che le imposte avrebbero dovuto essere pagate dall’acquirente.

Il motivo è infondato.

La Corte d’appello, come si è già rilevato, con riferimento alla pretesa dell’odierna ricorrente di vedersi restituiti gli importi versati a titolo di ICI e di imposta straordinaria sugli immobili, ha osservato, da un lato, che nessuna pronunzia di rimborso di detti importi era possibile, trattandosi di obbligazioni fiscali non previste e non regolate dalle parti nel contratto per il periodo precedente alla vendita e gravanti solo su chi risulti essere proprietario al momento della imposizione fiscale; dall’altro, che comunque, tra i documenti prodotti, non vi erano ricevute che si riferissero specificamente all’immobile oggetto di causa. Orbene, su tale argomentazione, che costituisce una ragione autonoma e sufficiente a giustificare la decisione di reiezione del gravame, la ricorrente non ha svolto alcuna censura, sicchè il motivo di ricorso in esame non può trovare accoglimento. Trova quindi applicazione il principio per cui "ove la sentenza sia sorretta da una pluralità di ragioni, distinte ed autonome, ciascuna delle quali giuridicamente e logicamente sufficiente a giustificare la decisione adottata, l’omessa impugnazione di una di esse rende inammissibile, per difetto di interesse, la censura relativa alle altre, la quale, essendo divenuta definitiva l’autonoma motivazione non impugnata, non potrebbe produrre in nessun caso l’annullamento della sentenza (Cass. n. 24540 del 2009; Cass. n. 19200 del 2004).

In conclusione, la sentenza impugnata si sottrae ai denunciati vizi, sicchè il ricorso deve essere rigettato, con conseguente condanna della ricorrente, in applicazione del principio della soccombenza, al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo.
P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in complessivi Euro 4.200,00, di cui Euro 4.000,00 per onorari, oltre alle spese generali e agli accessori di legge.

T.A.R. Lazio Roma Sez. III bis, Sent., 03-05-2011, n. 3782 Conservatori di musica

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1.- Il prof. M.A.D.N. ha partecipato al concorso riservato per la formazione delle graduatorie nazionali previste dall’art. 2 bis del d.l. 7 aprile 2004, n. 97, convertito, con modificazioni, nella legge n. 143 del 4 giugno 2004, per l’insegnamento di "Tromba e Trombone".

In sede di indicazione dei requisiti prescritti dal d.m. 16 giugno 2005, con cui è stato indetto il concorso, ha dichiarato di aver prestato servizio di insegnamento di "Tromba e Trombone" nei corso di sperimentazione musicale funzionante presso il Liceo Classico "Petrarca" di Arezzo per oltre 360 giorni e precisamente dal mese di novembre 2000 al 31 agosto 2004.

Tuttavia è stato escluso dalla procedura valutativa, con i provvedimenti in epigrafe, per mancata prestazione di servizio per un periodo di almeno 360 giorni presso un Istituto di alta formazione artistica, musicale e coreutica ai sensi e per gli effetti dell’art. 2, comma, 1 del d.m. 16 giugno 2005.

E’ quindi evidente che l’amministrazione scolastica non ha valutato il servizio prestato dal prof. D.N. presso il Liceo Classico di sperimentazione musicale "Petrarca" di Arezzo, ritenendolo non equivalente al servizio prestato nei Conservatori di Musica o Istituti Musicali Pareggiati.

1.1.- Con ricorso notificato in data 12 maggio 2006, il predetto ha impugnato il provvedimento di esclusione dalla procedura concorsuale, chiedendone la previa sospensione, e deducendo due motivi di ricorso, così sintetizzabili:

– il provvedimento di esclusione è stato adottato senza consentire all’interessato di partecipare alla fase istruttoria del relativo procedimento, così violandosi i principi di cui alla legge n. 241/1990 e successive modifiche con riferimento anche agli artt. 3 e 97 della Costituzione;

– il presupposto in base al quale è stata disposta l’esclusione dalla procedura valutativa del ricorrente, e cioè che questi non avrebbe maturato il requisito richiesto dall’art. 2, comma 1, del d.m. 16 giugno 2005, consistente nell’aver prestato servizio di insegnamento di 360 giorni di insegnamento presso un istituto di alta formazione artistica, musicale e coreutica, si pone in contrasto con l’interpretazione fornita anche da questo T.A.R. che, in virtù delle evidenti analogie esistenti tra i corsi sperimentali di musica istituiti presso alcuni licei rispetto ai corsi previsti nei Conservatori di Musica, ha optato per una interpretazione estensiva della normativa che disciplina la materia, nella considerazione che "il riferimento della legge all’insegnamento nei Conservatori di Musica o Istituti Musicali pareggiati, deve essere adeguatamente inteso come inclusivo di istituti e scuole del medesimo tipo, quale deve ritenersi il liceo Classico Sperimentale ad indirizzo musicale "Petrarca" di Arezzo" (sent. n. 10762/2005; recte: 10762/2004).

1.2.- Resistendo al ricorso l’amministrazione intimata ha concluso per la legittimità del provvedimento impugnato.

1.3.- Alla camera di consiglio del 14 giugno 2006, l’istanza cautelare non è stata accolta.

1.4.- Con motivi aggiunti, notificati tra il 17 e il 18 novembre 2006, il ricorrente ha ulteriormente ribadito i propri assunti difensivi e, alla pubblica udienza del 3 marzo 2011, il ricorso è stato trattenuto in decisione.

2.- Il ricorso non è meritevole di accoglimento.

2.1.- La questione posta dalla controversia all’esame concerne la valutabilità o meno, ai fini della partecipazione ad una sessione riservata di esami, del servizio svolto da un docente in materia di discipline musicali presso un Liceo classico sperimentale, in presenza di una disposizione regolamentare, contenuta nel d.m. 16 giugno 2005 ("Indizione procedura valutativa per la formazione delle graduatorie previste dall’art. 2bis del D.L. 7.04.04, n. 97, convertito, con modificazioni, dalla L. 4.06.04, n. 143)", che così recita: "Alla procedura di cui all’articolo 1 sono ammessi i candidati che, alla data di scadenza del termine di cui al comma 1 dell’articolo 5, hanno prestato, a decorrere dall’anno accademico 19951996, servizio di insegnamento per almeno 360 giorni, con contratto a tempo determinato, nelle Accademie statali, nei Conservatori di musica, e negli Istituti musicali pareggiati."

L’ora riportata disposizione – che riproduce la formula legislativa già contenuta nell’art. 3, comma 3, della legge n.124 del 1999, e ora sostanzialmente presente nell’art. 2bis della legge n. 143/2004 di conversione del d.l. n. 97/2004 (che fa riferimento al servizio prestato per 360 giorni nelle istituzioni dell’alta formazione artistica e musicale (AFAM) – enuncia specificamente il solo servizio espletato nei Conservatori di musica e negli Istituti musicali pareggiati.

2.2.- Sostiene il ricorrente che il servizio da lui svolto presso il Liceo classico sperimentale "F. Petrarca" di Arezzo sarebbe assimilabile per contenuto, piani di studio e valore del titolo di studio rilasciato, a quello impartito nei Conservatori di musica o negli Istituti musicali pareggiati", richiamando a sostegno della tesi l’elaborazione giurisprudenziale della Sezione con la sentenza n. 10762/04 del 12 ottobre 2004.

Invero, con tale decisione, la Sezione aveva accolto il ricorso di un docente che possedeva lo stesso servizio del ricorrente; e ciò a seguito di un’interpretazione "ragionevolmente estensiva della legge", tale da consentire "di assimilare al servizio prestato nei Conservatori" quello prestato non genericamente nei licei classici, ma a titolo particolare nei corsi sperimentali degli Istituti stessi, e dopo avere ritenuto che il riferimento nella legge n.124/1999 all’insegnamento nei Conservatori di musica o Istituti musicali andava adeguatamente inteso come inclusivo di istituti e scuole del medesimo tipo (quale avrebbe dovuto ritenersi, nella specie, il suddetto Liceo, relativamente alle discipline musicali), così di conseguenza concludendo per l’illegittimità del provvedimento impugnato (nella specie: provvedimento di decadenza da ogni partecipazione alla sessione di esami in questione), alla stregua anche di una precedente pronuncia in senso analogo dello stesso Tribunale (sent. n. 7760/2002).

2.3.- Rammenta però il Collegio che la precitata sentenza, su cui fondamentalmente si sostengono gli assunti svolti in ricorso, è stata riformata dal Consiglio di Stato con la sentenza n. 5950 del 21 ottobre 2005, della quale si ritiene opportuno riportare le sequenze argomentative:

– l’inequivocabile tenore della norma di cui all’art.3, comma 3, della legge n.129 del 1999, ripresa nel testo del d.m. 16 giugno 2005, non consente l’interpretazione analogica patrocinata dal TAR;

– l’esame delle caratteristiche dei due tipi di insegnamento a raffronto (quello prestato dai docenti dei Conservatori di musica o Istituti musicali pareggiati e quello prestato da docenti presso un Liceo classico sperimentale ad indirizzo musicale) consente di rilevare, con ogni evidenza, una sostanziale differenza con riguardo sia alle ore di lezione delle varie materie musicali, sia alla diversa portata dei programma di studi, costituendo l’istruzione musicale, per i detti Conservatori o Istituti, un elemento peculiare ed assolutamente prevalente dell’iter formativo degli allievi e che termina con il rilascio di apposito diploma; diversamente da ciò che avviene per l’istruzione presso Istituti diversi, tra i quali i Licei ad indirizzo musicale, il cui percorso di studio termina con il rilascio di un diploma di maturità ad indirizzo musicale, che, se va considerato come titolo di istruzione secondaria di secondo grado, per quanto riguarda la possibile continuazione degli studi presso un Conservatorio, consente soltanto – sulla base del D.M. in data 1.9.1993 – l’accesso ad una classe intermedia delle scuole strumentali;

– in definitiva, le scuole sperimentali (come quella in cui è stata espletata l’attività di insegnamento del ricorrente) possono, semmai, facilitare l’accesso dello studente al Conservatorio, ma certamente non possono sostituirlo, atteso che nel suo contenuto è del tutto diverso l’iter formativo dei discenti nei due tipi di istituti considerati;

– una equiparazione tra i detti Istituti, ai fini dell’accesso nei ruoli del Conservatori di musica, non ha ragion d’essere, considerato il particolare statuto giuridico riservato a quest’ultimi – autonomamente disciplinati dal T.U. in materia di Istruzione approvato con d.lgs. 16 aprile 1994 n.297, che li definisce come "istituti superiori di istruzione artistica" e li differenzia da tutti gli altri Istituti e scuole di istruzione secondaria (solo per le Accademie e i Conservatori di Musica è prevista l’attribuzione di un’ampia autonomia amministrativa ai sensi dell’art. 225 del T.U. cit) – statuto che si traduce, tra l’altro, nella previsione di procedure concorsuali particolari e più rigorose rispetto a quelle dirette al reclutamento del personale docente di altre scuole, come si desume agevolmente dal raffronto tra quanto stabilito nell’art. 269 T.U. per il personale delle Accademie e conservatori di musica, e le disposizioni di cui agli artt. 399406 che riguardano gli altri docenti (in tal senso, Cons. St. Sez. VI, 10 marzo 1999, n.280);

– nessuna rilevanza può assumere la considerazione – svolta dalla Sezione con la sentenza n. 10762/2004 – secondo cui sarebbe decisivo, nella controversia de qua, considerare l’istituto della sperimentazione previsto dal D.P.R. 31 maggio 1974, n. 419 e, in particolare, il potere ministeriale di autorizzare le sperimentazioni e secondo cui sarebbe stato previsto, con D.M. 1.9.1988, che per gli insegnanti esperti dell’area di indirizzo musicale del Liceo Petrarca – non essendo essi considerati nell’organico dell’Istituto – deve farsi riferimento "a quanto stabilisce la normativa dell’istruzione artistica in ordine alla valutazione del servizio ai fini del conferimento degli incarichi e supplenze nei conservatori di musica" e nemmeno l’ulteriore osservazione, secondo cui l’interpretazione letterale seguita dall’Amministrazione sarebbe stata erronea in quanto, a fronte di una identità di situazione (per finalità metodologica, obiettivi formativi e servizio didattico), ha operato una discriminazione fondata sulla caratteristica della sperimentalità.

2.4.- Ritiene il Collegio che l’approdo interpretativo del giudice d’appello meriti adesione grazie a una più approfondita ricostruzione del sistema normativo di riferimento e ad un’analisi obiettiva dei distinti titoli di servizio delle istituzioni scolastiche a raffronto, che non consentono di procedere all’equiparabilità dei servizi di insegnamento in essi prestati.

3.- Tanto porta a respingere il ricorso, potendosi però disporre – anche in ragione delle oscillazioni giurisprudenziali in subiecta materia – la compensazione tra le parti delle spese di giudizio e degli onorari di causa.
P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Terza Bis), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Compensa tra le parti le spese di lite.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

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