Cass. pen. Sez. IV, Sent., (ud. 27-01-2011) 19-05-2011, n. 19665 Detenzione, spaccio, cessione, acquisto

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nerale Dr. MONETTI Vito, che ha concluso per il rigetto del ricorso.
Svolgimento del processo

1. Con sentenza del 13/l/2009 il G.I.P. del Tribunale di Milano condannava M.A. alla pena di anni 3 di reclusione ed Euro 14.000,00 di multa, con le attenuanti generiche e la diminuente del rito abbreviato, per il delitto di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73 per dieci episodi di cessione di cocaina e la detenzione di oltre 40 gr. lordi della medesima sostanza (acc. in (OMISSIS)).

Con sentenza del 5/10/2009 la Corte di Appello di Milano, confermava la pronuncia di condanna. Evidenziava la Corte che la condotta illecita, commessa dall’imputato in concorso con altri tre complici, era caduta sotto la percezione visiva degli agenti di Polizia verbalizzanti, i quali avevano poi sequestrato la cocaina destinata alla cessione ed occultata nei giardinetti ed in altri luoghi.

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso il difensore dell’imputato, lamentando:

2.1. il difetto di motivazione, laddove il giudice di merito aveva attribuito la responsabilità all’imputato, oltre che della droga rinvenuta nei giardinetti, anche di quella rinvenuta nella disponibilità del F., senza peraltro svolgere accertamenti peritali sulla sostanza, onde acclarare se fossero della stessa partita;

2.2. il difetto di motivazione in ordine al mancato riconoscimento dell’attenuante di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5.
Motivi della decisione

3. Il ricorso è infondato e deve essere rigettato.

3.1. In ordine al primo motivo di ricorso, va rilevato che il giudice di merito ha ritenuto di attribuire all’imputato anche la droga detenuta dal F., in quanto dall’istruttoria svolta era emerso lo stabile contatto tra il predetto F. che custodiva la sostanza ed il N. ed il M. che la spacciavano nei giardinetti.

Con un modus operandi costante, caduto sotto la percezione visiva della P.G., la sera il N. si recava dal F. per essere rifornito di sostanza.

Successivamente, unitamente al M., la vendevano nei giardini di via (OMISSIS).

Ne ha dedotto il giudice di merito che agli imputati dovesse attribuirsi la detenzione di tutta la sostanza (quella rinvenuta in possesso del F. e quella trovata nei giardini), in quanto la droga detenuta dal F. era a disposizione degli altri due imputati per la cessione.

Le censure mosse dalla difesa alla sentenza sul punto, esprimono solo un dissenso generico rispetto alla ricostruzione del fatto (operata in modo conforme dal giudice di primo e secondo grado) ed invitano ad una rilettura nel merito della vicenda, non consentita nel giudizio di legittimità, a fronte di una motivazione della sentenza impugnata che regge al sindacato di legittimità, non apprezzandosi nelle argomentazioni proposte quei profili di macroscopica illogicità, che soli, potrebbero qui avere rilievo.

3.2. Quanto al mancato riconoscimento dell’attenuante di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, va ricordato che questa Corte ha più volte ribadito che l’attenuante del fatto di lieve entità deve essere individuata in base ad un’operazione interpretativa che consenta di rapportare in modo razionale la pena al fatto, tenendo conto del criterio di ragionevolezza derivante dall’art. 3 Cost., che impone – tanto al legislatore quanto all’interprete – la proporzione tra la quantità e la qualità della pena e l’offensività del fatto (Cass. 6^, 4194/95, imp. Salmi Ben, rv. 200797).

Nel caso di specie il giudice di merito, con congrua motivazione, ha evidenziato come la cocaina detenuta fosse di quantità non irrilevante ed idonea, quindi, al confezionamento di numerose dosi ed inoltre che la reiterazione ed organizzazione dell’attività di spaccio faceva emergere la non occasionalità della condotta, così negando il riconoscimento della attenuante.

Tale valutazione della corte distrettuale è esente da censure, tenuto conto degli orientamenti di questa Corte regolatrice la quale ha affermato che la circostanza attenuante speciale del fatto di lieve può essere riconosciuta solo in ipotesi di minima offensività penale della condotta, deducibile sia dal dato qualitativo e quantitativo, sia dagli altri parametri richiamati dalla disposizione (mezzi, modalità, circostanze dell’azione), con la conseguenza che, ove venga meno anche uno soltanto degli indici previsti dalla legge, diviene irrilevante l’eventuale presenza degli altri (Cass. Sez. un. 21-9-2000, n. 17).

Sulla base di tali insegnamenti il giudice del merito, a fronte della detenzione di numerosi grammi di cocaina e di una reiterata ed organizzata attività di spaccio, coerentemente ha ritenuto superate le soglie per ritenere il fatto di minima offensività.

Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del processuali.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

Cass. civ. Sez. V, Sent., 30-09-2011, n. 20039 Imposta valore aggiunto

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Svolgimento del processo

La società indicata in epigrafe – in qualità di co-assuntore del concordato fallimentare G.W. – propose ricorso avverso il diniego oppostole dall’Agenzia, in considerazione dell’avvenuto decorso del termine di decadenza di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21, comma 2, ultima parte, alla richiesta di rimborso (avanzata il 18.4.2005) dei crediti i.v.a. maturati dal Fallimento negli anni 1999, 2000 e 2001, riportati, nel quadro "15^" delle dichiarazioni quali importi richiesti a rimborso, ma non reclamati (ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 38 bis) con la presentazione del modello "RV".

A fondamento del ricorso, la società deduceva che, in presenza di specifica richiesta di rimborso in dichiarazione, la mancata presentazione del predetto modello, configurando irregolarità meramente formale, non poteva precluderle il diritto al rimborso.

L’adita commissione tributaria accolse il ricorso, con decisione confermata, in esito all’appello dell’Agenzia, dalla commissione regionale; ciò sul presupposto che il richiamato termine di decadenza di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21 opererebbe per le richieste di restituzione delle imposte versate in eccedenza sul dovuto, ma non per quelle di rimborso del credito d’imposta, in relazione al quale vigerebbe esclusivamente l’ordinario termine decennale di prescrizione.

Avverso la decisione di appello, l’Agenzia ha proposto ricorso per cassazione in unico motivo, illustrato anche con memoria. In particolare deducendo violazione del D.P.R. n. 600 del 1972, art. 38 bis, comma 1, e D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21, comma 2, – ha censurato la decisione impugnata per aver ritenuto il termine di decadenza biennale di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21 inapplicabile alla domanda di rimborso del credito i.v.a..

La società contribuente ha resistito con controricorso, deducendo preliminarmente l’inammissibilità del ricorso, ed ha depositato memoria.

Fissata per la decisione in camera di consiglio ex art. 380 bis c.p.c., la causa è stata rimessa in pubblica udienza.
Motivi della decisione

Il ricorso dell’Agenzia è ammissibile, in quanto, diversamente da quanto assunto dalla società controricorrente, articolato in motivi specifici e corredati d’idoneo quesito ex art. 366 bis c.p.c..

Quanto al merito, deve, in primo luogo, convenirsi con la ricorrente Agenzia che la decisione impugnata è certamente censurabile laddove afferma che il termine di decadenza di cui al D.Lgs. 546 del 1992, art. 21, comma 2, ultima parte, opera per le sole richieste di restituzione delle imposte versate in eccedenza sul dovuto, e non anche per quelle di rimborso del credito d’imposta, esclusivamente assoggettate all’ordinario termine decennale di prescrizione.

Va, invero, osservato che la giurisprudenza di questa Corte è, in proposito, consolidatamente attestata (cfr. Cass. 27057/08, 8461/05, 16477/04) sull’opposto principio (da cui non vi è motivo di discostarsi), secondo il quale alla domanda di rimborso del credito i.v.a. maturato dal contribuente si applica, in mancanza di una disciplina specifica posta dalla legislazione speciale in materia, la norma generale residuale di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21, comma 2, ultima parte, (in precedenza quella di cui al D.P.R. n. 636 del 1972, art. 16), che prevede un termine biennale di decadenza per la presentazione dell’istanza.

Il principio, astrattamente condivisibile, non è, tuttavia, decisivo ai fini della soluzione del caso di specie.

Esso risulta, invero, affermato in relazione a fattispecie concrete riguardanti crediti i.v.a. non richiesti a rimborso in sede di dichiarazione (e ciononostante reclamabili, perchè, comunque, documentalmente attestati: cfr. C.G. 11.7.2002, in causa C-62/00, Liberexim BV, Cass. 22774/06, 2274/04) e solo a tali fattispecie si attaglia. Mentre la fattispecie qui esaminata è, invece, incontrovertitamente caratterizzata dal fatto che i crediti i.v.a. pretesi erano stati specificamente richiesti a rimborso, con inserimento nel corrispondente rigo del quadro "60^" delle correlative dichiarazioni, senza che, poi, si provvedesse, ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 38 bis alla presentazione del modello "VR".

Ad avviso del collegio, la rilevata specificità della fattispecie concreta comporta che (nonostante la condivisibilità dell’evocato indirizzo giurisprudenziale), il ricorso dell’Agenzia deve ritenersi egualmente infondato.

La compilazione del quadro "60" della dichiarazione annuale i.v.a., nel rigo rubricato "importo di cui si richiede il rimborso" configura, infatti, inequivoca richiesta di rimborso del vantato credito d’imposta e formale esercizio del correlativo diritto (pur subordinato al controllo, da parte dell’agenzia, dei dati indicati in dichiarazione); mentre la presentazione del modello "VR" risulta, ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 38 bis, comma 1, (v., anche, la lettera e la rubrica della disposizione) adempimento necessario solo a dar inizio al procedimento di esecuzione del rimborso. Ne consegue che – una volta esercitato tempestivamente (in dichiarazione) – il diritto al rimborso non può più considerarsi assoggettato al termine di decadenza di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21, comma 2, ultima parte, (che incide sui soli crediti iva non chiesti a rimborso in dichiarazione e pur sempre suscettibili di rimborso), ma solo a quello di prescrizione.

L’impostazione è coerente con la giurisprudenza, in tema, sviluppata da questa Corte con riferimento alle imposte sui redditi. Al riguardo, risulta, infatti, consolidatamente affermato il principio secondo cui – qualora il contribuente abbia evidenziato nella dichiarazione un credito d’imposta – non occorre, da parte sua, al fine di ottenerne il rimborso, alcun altro adempimento, ma egli deve solo attendere che l’Amministrazione finanziaria eserciti, sui dati esposti in dichiarazione, il potere-dovere di controllo secondo la procedura di liquidazione delle imposte, prevista dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis ovvero, ricorrendone i presupposti, secondo lo strumento della rettifica della dichiarazione; una volta che il credito si sia consolidato (attraverso un riconoscimento esplicito in sede di liquidazione, ovvero per effetto di un riconoscimento implicito derivante dal mancato esercizio nei termini del potere di rettifica) l’Amministrazione è tenuta ad eseguire il rimborso e il relativo credito del contribuente è soggetto alla ordinaria prescrizione decennale (cfr. Cass. 11444/11, 1154/08, 11832/02 e 11511/01).

L’impostazione non è, per converso, contraddetta dalle pronunzie di questa Corte richiamate nella memoria dell’Agenzia (Cass. 21053/05, Cass. 1935/99), che – affermando la necessità della presentazione del modello al fine dell’esecuzione del rimborso e della decorrenza degli interessi – si limitano, condivisibilmente, a configurare l’adempimento in questione quale condizione di esigibilità del credito d’imposta e non lo pongono quale conditio sine qua non del relativo esercizio al fine dell’impedimento della decadenza correlativamente prescritta.

La soluzione appare, d’altro canto, imposta dalla normativa comunitaria. In tema di i.v.a., questa prevede, infatti, che gli Stati membri adottino le misure ritenute necessarie all’adempimento degli obblighi di dichiarazione e di pagamento nonchè ad assicurare l’esatta riscossione dell’imposta e ad evitare frodi, ma – posto che per il principio di neutralità fiscale il diritto al ristoro dell’i.v.a. versata a monte costituisce fondamentale principio del sistema comunitario (cfr. C.G. 18.12.1997 nelle causa riunite C- 286/94, C-340/95, C-401/95, C-47/96) – tali misure non possono mai eccedere gli obiettivi sopra indicati (v. C.G. 8.5.2008, nelle cause riunite C-95/07 e C-96/07, Ecotrade e 27.9.2007, in causa C-146/05, Collèe); sicchè, soddisfatti gli obblighi sostanziali, il diritto al rimborso non può essere radicalmente cancellato in dipendenza dell’inosservanza di un obbligo formale, quale la mancata presentazione del modello "VR", del tutto idoneamente sanzionato, al fine del soddisfacimento di quegli obiettivi, con la meno grave sanzione dell’inesigibilità del credito d’imposta.

Alla stregua della considerazioni che precedono – previa correzione della sentenza impugnata, ex art. 384 c.p.c., u.c., nei termini sopra precisati – s’impone il rigetto del ricorso.

Per la natura della controversia e le tutte le peculiarità della fattispecie, si ravvisano le condizioni per disporre la compensazione delle spese del giudizio.
P.Q.M.

la Corte: respinge il ricorso; compensa le spese.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

T.A.R. Campania Salerno Sez. I, Sent., 21-06-2011, n. 1129 Rapporto di pubblico impiego

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Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Il ricorso è inammissibile per difetto di giurisdizione del giudice amministrativo.

Secondo quanto affermato dalla Corte regolatrice della giurisdizione, infatti, "la giurisdizione amministrativa sulle controversie inerenti a procedure concorsuali per l’assunzione, contemplata dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 63, comma 4, è limitata a quelle procedure che iniziano con l’emanazione di un bando e sono caratterizzate dalla valutazione comparativa dei candidati e dalla compilazione finale di una graduatoria, la cui approvazione, individuando i "vincitori", rappresenta l’atto terminale del procedimento, cosicché non vi resta compresa la fattispecie dell’inserimento in apposita graduatoria di tutti coloro che siano in possesso di determinati requisiti (anche derivanti dalla partecipazione a concorsi) e che è preordinata al conferimento dei posti di lavoro che si renderanno disponibili.

Ciò perché l’assenza di un bando e di una procedura di valutazione colloca l’ipotesi fuori della fattispecie concorsuale e comporta che sia il giudice ordinario a tutelare la pretesa all’inserimento e alla collocazione in graduatoria, pretesa che ha ad oggetto la conformità a legge degli atti di gestione nella graduatoria utile per l’eventuale assunzione. Si è in presenza di atti, i quali, esulando da quelli compresi nelle procedure concorsuali per l’assunzione, né potendo essere ascritti ad altre categorie di attività autoritativa (identificate dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 2, comma 1), non possono che restare compresi tra le determinazioni assunte con la capacità e i poteri del datore del lavoro privato (D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 5, comma 2), di fronte ai quali sono configurabili soltanto diritti soggettivi" (così Cass., SS.UU., ordinanza 13.2.2008, n. 3399; nello stesso senso, più recentemente, seppure in fattispecie in parte diversa, id., 17.11.2008, n. 27307).

Nello stesso senso si è pronunciata la più recente giurisprudenza amministrativa (per esempio, T.A.R. Toscana, I, 11.9.2008, n. 1965; T.A.R. Molise, I, 3.9.2008, n. 708; T.A.R. CampaniaSalerno, I, 28.7.2008, n. 2179; T.A.R. Emilia RomagnaParma, I, 17.6.2008, n. 316; T.A.R. Puglia, II, 15.5.2008, n. 1312).

Ricorrono, tuttavia giusti motivi per la compensazione tra le parti delle spese di giudizio.
P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania sezione staccata di Salerno (Sezione Prima)

definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, dichiara il difetto del giudice amministrativo, ferma restando la facoltà per gli interessati di riproporre il giudizio ai sensi dell’art. 11 comma 2 cod,. proc. amm.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Salerno nella camera di consiglio del giorno 9 giugno 2011 con l’intervento dei magistrati:

Antonio Onorato, Presidente, Estensore

Sabato Guadagno, Consigliere

Francesco Mele, Consigliere

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Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 08-06-2011) 04-07-2011, n. 26074

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Svolgimento del processo

1. La difesa di D.G.G. propone ricorso avverso la sentenza del 30/11/2010 della Corte d’appello di Caltanissetta, che ha confermato la condanna della sentenza di primo grado, per il reato di evasione.

Con unico motivo di ricorso si lamenta erronea applicazione della legge penale, rivendicando l’applicabilità dell’attenuante di cui all’art. 385 c.p., comma 4 per la condotta tenuta dall’appellante, che, vistosi scoperto fuori dall’abitazione dalle forze dell’ordine incaricate di controllarlo, si era a queste costituito, senza cercare di sfuggire alle sue responsabilità, in linea con quanto ritenuto, in fattispecie analoghe, da pronunce di questa Corte.

Motivi della decisione

1. Il ricorso è inammissibile. Risulta del tutto pacifico che, per l’applicazione della diminuente invocata dal ricorrente, è essenziale che la costituzione alle forze dell’ordine prevenga il controllo, ed agisce in solo in tal caso come desistenza volontaria (Sez. 6, Sentenza n. 32383 del 18/03/2008, dep. 31/07/2008, im.

Castro Rv. 240644); al contrario nella specie non v’è dubbio che l’interessato si sia limitato a far rientro nell’abitazione ove era astretto agli arresti domiciliari, incontrando sulla sua strada gli agenti che avevano appena eseguito il controllo, circostanza che, priva dei caratteri di volontarietà, costituisce al contrario presupposto dell’arresto in flagranza, e non legittima conseguentemente il richiamo alla disposizione più favorevole di cui si invoca l’applicazione.

2. Alla dichiarazione di inammissibilità consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del grado e di una somma in favore della Cassa delle ammende, determinata come in dispositivo, ex art. 616 cod. proc. pen..

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.

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