Cass. pen. Sez. IV, Sent., (ud. 24-11-2010) 04-01-2011, n. 171

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Svolgimento del processo e motivi della decisione

A.I.V. ricorre avverso l’ordinanza di cui in epigrafe con la quale il tribunale della libertà di Caltanissetta, pur annullando parzialmente l’ordinanza cautelare in carcere adottata nei suoi confronti, l’ha per il resto confermata, in particolare, per quanto interessa, relativamente ad uno dei capi in contestazione estorsione in danno di un gestore di una discoteca, tale F. G., commessa in concorso con altri.

Il ricorso riguarda proprio il suddetto episodio, relativamente al quale si contesta l’apprezzamento del compendio indiziario, attraverso una rinnovata considerazione delle dichiarazioni rese dalla persona offesa, tali da essere considerate non concludenti e significative, tanto da, asseritamente, essere state smentite in altra sede processuale si deduce che con altra decisione il tribunale del riesame avrebbe annullato, per l’effetto, il provvedimento cautelare adottato, per lo stesso episodio, nei confronti dei coindagati.

Il ricorso è manifestamente infondato.

Va ricordato, in premessa, che, in caso di ricorso per cassazione avverso un provvedimento di riesame in tema di misure cautelari personali, allorchè sia denunciato vizio di motivazione, le doglianze attinenti alla sussistenza o meno dei gravi indizi di colpevolezza possono assumere rilievo solo se rientrano nella previsione di cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), se cioè integrano il vizio di mancanza o manifesta illogicità della motivazione. Esula, quindi, dalle funzioni della Cassazione la valutazione della sussistenza o meno dei gravi indizi, essendo questo compito primario ed esclusivo dei giudici di merito e, in particolare, prima, del giudice al quale è richiesta l’applicazione della misura e, poi, eventualmente, del giudice del riesame (tra le tante, Sezione 2, 17 settembre 2008, Fabbretti ed altri).

Qui la motivazione sul compendio indiziario, attraverso l’insindacabile apprezzamento delle dichiarazioni della persona offesa ma non solo: nell’ordinanza gravata ci si sofferma anche su elementi di riscontro a tali dichiarazioni, non può essere censurata, neppure opponendo alla stessa la diversa, opinabile ricostruzione operata dal ricorrente.

Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma, che si ritiene equo liquidare in Euro 1.000,00, (mille), in favore della Cassa delle ammende, non ravvisandosi assenza di colpa in ordine alla determinazione della causa di inammissibilità.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 1000,00 a favore della Cassa delle ammende. La Corte dispone inoltre che il presente provvedimento sia trasmesso al direttore dell’istituto penitenziario competente perchè provveda a quanto stabilito dall’art. 94 disp. att. cod. proc. pen., comma 1 ter.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

Cass. civ. Sez. III, Sent., 24-02-2011, n. 4502 Affitto

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Svolgimento del processo

Con sentenza n. 322 del 24 giugno 2004 il Tribunale di Arezzo – sezione agraria – dichiarava cessati i rapporti di affitto agrario intercorrenti tra D.G., da una parte, e B.C. e M.R., dall’altra, aventi ad oggetto appezzamenti di terreno con annessi fabbricati colonici siti in località (OMISSIS), ed ordinava al G. di rilasciare in favore della B., in proprio e quale erede della M., gli immobili al termine dell’annata agraria in corso. Avverso l’esecuzione per rilascio proponeva opposizione di terzo la Società semplice Agricola Valtiberina, in persona dei soci e legali rappresentanti F.A. e G.D., deducendo di condurre in affitto i terreni sin dal 2003 in forza di contratti verbali con la B., alla quale aveva corrisposto i canoni. La B. contestava che fosse mai esistito alcun contratto di affitto con la società. In esito al giudizio, il ricorso era respinto e l’Agricola Valtiberina interponeva appello. La Corte di Appello di Firenze rigettava l’impugnazione. Avverso quest’ultima decisione, la società ha quindi proposto ricorso per cassazione articolato in due motivi.
Motivi della decisione

Con la prima doglianza, deducendo il vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione, la società ricorrente censura la sentenza impugnata in quanto la Corte territoriale a suo avviso, dopo aver trascurato che la società si trovava nella detenzione dell’immobile fin dal 2003 ed aveva effettuato tramite G. D., suo legale rappresentante, il pagamento dei canoni accettati senza riserve dalla ricorrente, avrebbe motivato in maniera insufficiente e contraddittoria circa il fatto controverso e decisivo per il giudizio relativo alla sussistenza del rapporto di affitto agrario tra la proprietaria e la stessa Agricola Valtiberina.

Inoltre – ed in tale rilievo si sostanzia la seconda doglianza, articolata anch’essa sotto il profilo della motivazione insufficiente- la Corte territoriale avrebbe omesso di motivare adeguatamente in ordine alla decisione di non ammettere le prove orali articolate dall’appellante volte a provare l’accordo verbale di contratto di affitto agrario intervenuto tra la stessa società e la B..

I motivi in questione possono essere trattati congiuntamente proponendo profili di censura strettamente connessi tra loro. Sia l’una che l’altra censura non meritano però di essere prese in considerazione. Quanto alla prima, giova premettere che, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, il vizio di motivazione, sotto il profilo dell’insufficienza e della contraddittorietà della medesima, può dirsi sussistente solo quando nel ragionamento del giudice di merito sia rinvenibile traccia evidente del mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabile d’ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico-giuridico posto a base della decisione (Cass. n. 29203/08, n. 9368/06, n. 2399/04) e non può invece consistere in un apprezzamento dei fatti in senso difforme da quello preteso dalla parte perchè la legge non conferisce alla Corte di Cassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice del merito. Nel caso di specie, la Corte territoriale ha fondato la sua decisione sull’assoluta carenza di prove in ordine alla sussistenza del contratto di affitto agrario tra la B. e la società, sottolineando come la necessaria dimostrazione fosse stata affidata dall’appellante a strumenti totalmente privi di rilevanza probatoria nel senso desiderato ed ha evidenziato i seguenti rilievi: 1) la registrazione del presunto contratto verbale era atto compiuto su unilaterale iniziativa della società 2) i pagamenti dei canoni di affitto, a mezzo di bonifici, erano stati emessi con causali riferibili alla sola persona di G.D. senza che mai vi fosse spendita del nome della società 3) lo stesso G. nel giudizio promosso dalla B. per l’accertamento della fine del rapporto di affittanza si era qualificato come titolare della ditta individuale Agricola Valtiberina.

Ciò posto, la motivazione posta dalla Corte di Appello appare sufficiente, logica, non contraddittoria laddove i rilievi della parte ricorrente si esauriscono in una diversa valutazione in ordine all’interpretazione dei fatti di causa, senza individuare in alcun modo effettivi vizi logici o giuridici nell’impugnata decisione. Ne deriva l’inammissibilità della censura.

Ugualmente inammissibile è il secondo motivo di impugnazione sia pure per ragioni diverse. Al riguardo, deve premettersi che la ricorrente si è ben guardata dal riportare, in ricorso, i capitoli di prova orale che, a suo avviso, avrebbero fornito la prova dell’avvenuta stipulazione del contratto stipulato con la proprietaria degli appezzamenti di terreno. Ciò premesso, va rilevato che, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, qualora sia denunciato, con il ricorso per cassazione, un vizio di motivazione della sentenza impugnata lamentando, così come è avvenuto nella specie, l’insufficienza e la inadeguatezza delle argomentazioni svoltevi in ordine alla mancata ammissione delle prove articolate e richieste, è opportuno e necessario, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo sulla decisività degli elementi di giudizio assuntivamente non considerati, che il ricorrente indichi puntualmente i capitoli di prova ai quali fa riferimento e ne specifichi il contenuto in dettaglio provvedendone all’integrale trascrizione nel ricorso, non essendo sufficienti il semplice richiamo ad essi e la prospettazione del loro asserito decisivo valore probatorio in contrapposizione alle valutazioni effettuate dal giudice.

E ciò, in quanto il ricorso per cassazione deve contenere in sè tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza impugnata ed a consentire l’apprezzamento da parte del giudice di legittimità della fondatezza di tali ragioni. Il controllo deve essere infatti svolto sulla base delle sole deduzioni contenute nel ricorso, alle cui lacune non è possibile sopperire con indagini integrative, mediante l’accesso a fonti esterne e l’esame diretto degli atti di causa, che resta precluso alla Corte di cassazione. La censura proposta in questa sede non risponde ai suddetti requisiti perchè la ricorrente si è ben guardata dal riportare in ricorso il testo dei capitoli di prova articolati per cui la doglianza deve essere ritenuta inammissibile per difetto di autosufficienza.

Alla stregua delle pregresse considerazioni, il ricorso per cassazione in esame deve essere pertanto rigettato, senza che occorra provvedere sulle spese in quanto la parte vittoriosa, non essendosi costituita, non ne ha sopportate.
P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

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Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 24-03-2011, n. 6766 Retribuzione

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Svolgimento del processo

Con ricorso, depositato il 7.03.1991, C.D.A. esponeva:

– di avere lavorato alle dipendenze del Condominio "Villa Italia" di Via (OMISSIS) per il periodo dal 1.10.1971 al 15.04.1990 con le mansioni di portiere; – di avere provveduto, oltre che alla pulizia delle parti comuni, alla raccolta della posta, alla riscossione delle quote condominiali, nonchè alla pulizia del giardino condominiale; – di non avere goduto delle ferie senza le relative indennità; – di non avere percepito il TFR e le altre spettanze in misura adeguata;

– di non avere goduto di copertura assicurativa. Ciò premesso, chiedeva la condanna del Condominio al pagamento della somma di L. 42.096.831, oltre al risarcimento dei danni da omissioni contributive. All’esito il Tribunale di Napoli con sentenza de 6.12.2000 condannava il Condominio al pagamento della somma di L. 15.392.635, oltre accessori e risarcimento dei danni per omissioni contributive dal 1978 al 1990.

Tale decisione, appellata dal Condominio, è stata riformata dalla Corte di Appello di Napoli n. 7925 del 2005, che, sulla base di rinnovata consulenza tecnica di ufficio, ha determinato in Euro 1.357,93, oltre accessori, l’importo dovuto per differenze retributive e ha riconosciuto l’omissione contributiva per i soli mesi di aprile, maggio e giugno 1977 a favore del C..

Quest’ultimo ricorre per cassazione con un motivo. Il Condominio resiste con controricorso.
Motivi della decisione

1. Con l’unico motivo il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 112, 329, 346, 434 e 437 c.p.c., violazione del giudicato interno, error in procedendo ed errata valutazione delle prove acquisite al processo. Il ricorrente contesta l’impugnata sentenza per essere incorsa in vizio di ultrapetizione, giacchè la specificità dei rilevi svolti con l’atto di appello comportava acquiescenza alle parti della decisione non impugnate. Dal che discende, secondo il ricorrente, il superamento, da parte del consulente tecnico di ufficio di secondo grado, del mandato ricevuto, che avrebbe dovuto limitarsi – in relazione ai rilievi contenuti rispettivamente nel secondo e terzo motivo di appello – ad eliminare dal computo le voci relative al valore convenzionale dell’alloggio e agli assegni familiari e non procedere al ricalcolo della somma relativa al giardinaggio, l’interessata dal primo motivo di appello, ritenuto infondato.

Altro profilo di vizio di ultrapetizione, ad avviso del ricorrente, si riscontra nel punto in cui lo stesso consulente, seguito poi dal giudice di appello, indica tra le poste negative le somme ritenute versate in misura maggiore rispetto alla retribuzione dovuta.

2. Le esposte censure non colgono nel segno e vanno disattese.

La Corte territoriale sulla base degli accertamenti del consulente. nominato in secondo grado – ha proceduto a ricalcolare gli importi dovuti al C., ritenendo infondati i rilievi circa la voce del giardinaggio ed espungendo dal calcolo, ai fini della determinazione della retribuzione e del TFR conseguente, il valore convenzionale dell’alloggio e gli assegni familiari.

Trattasi di valutazione sorretta da adeguata e coerente motivazione, cui il ricorrente, non correttamente invocando vizio di ultrapetizione ed erronea valutazione delle prove acquisite, oppone un diverso apprezzamento, non ammissibile in sede di legittimità. 2. In conclusione il ricorso è destituito di fondamento e va rigettato.

Le spese del giudizio di cassazione seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.
P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese, che liquida in Euro 10,00 oltre Euro 2.000,00 per onorari ed oltre IVA, CPA e spese generali.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

Cass. civ. Sez. V, Sent., 21-04-2011, n. 9225 Imposta reddito persone fisiche

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igetto del ricorso incidentale.
Svolgimento del processo

La società contribuente ed i relativi soci proposero ricorsi avverso avvisi di accertamento emessi dall’Ufficio per le annualità 1991 e 1992 – a fini ilor, a carico della società e, a fini irpef, a carico dei relativi soci – fondati sull’asserita indebita deduzione di costi relativi ad operazioni inesistenti intervenute con l’impresa Dilor Pel. Gli accertamenti erano fondati sul rilievo che Dilor Pel non disponeva di dotazioni strutturali e personali idonee a garantire la realizzazione dei servizi di lavorazione delle pelli risultanti dalle fatture.

L’adita commissione tributaria, riuniti i ricorsi, li accolse in parte, ritenendo comprovata l’esistenza delle operazioni oggetto della contestazione solo in misura pari al 50% dell’accertato. In esito all’appello dei contribuenti, la decisione fu, tuttavia, riformata dalla commissione regionale, che, ritenuta l’esistenza della contestate operazioni, affermò l’integrale illegittimità del recupero a tassazione dei costi correlativi.

Posto che già i primi giudici avevano riscontrato la ricorrenza di effettive relazioni tra Conceria del Soccorso e Dilor Pel, seppur in misura inferiore al fatturato, e che, sul punto, l’Amministrazione aveva prestato acquiescenza, i giudici di appello rilevarono che, mentre l’Amministrazione aveva basato l’inesistenza delle operazioni "esclusivamente sulla rilevata mancanza di mezzi della Dilor Pel fornitrice dei servizi di lavorazione pelli ritenuti inesistenti, l’appellante ha fornito prova diversa con documenti fiscali, pagamenti documentati da titoli bancari regolarmente quietanzati ecc, questi si elementi certi su cui fondare il convincimento della reale effettuazione delle operazioni".

I giudici di appello rivelarono, inoltre, il difetto di motivazione degli accertamenti a carico dei soci.

Avverso la decisione di appello, l’Agenzia ha proposto ricorso per cassazione in due motivi.

La società contribuente, G.A., Ga.Am. e P.R. hanno resistito con controricorso, deducendo preliminarmente l’inammissibilità del ricorso in quanto tardivamente promosso, ed hanno, altresì, proposto ricorso incidentale condizionato in due motivi.
Motivi della decisione

1) – Siccome proposti contro la stessa sentenza, i due ricorsi, devono essere riuniti a norma dell’art. 335 c.p.c.;

Il ricorso principale – che, dal relativo frontespizio, risulta consegnato per la notifica all’ufficiale giudiziario il 12.12.2005 – è ammissibile nella prospettiva di cui all’art. 327 c.p.c., posto che, incidendo su sentenza depositata il 27.10.2004, è intervenuto entro il termine di un anno e 46 giorni dal deposito della sentenza impugnata.

Il ricorso in rassegna è, peraltro, supportato da idonea legittimazione ad agire con riferimento alla sola Agenzia delle Entrate. Ciò perchè, a seguito dell’istituzione dell’Agenzia delle Entrate (divenuta operativa dall’1.1.2001), si è verificata la successione a titolo particolare della stessa nei poteri e nei rapporti giuridici strumentali all’adempimento dell’obbligazione tributaria, con conseguente acquisizione della legittimazione ad causam e ad processum nei correlativi giudizi, ai sensi dell’art. 111 c.p.c., commi 3 e 4; mentre il Ministero delle Finanze, estraneo al giudizio di appello, deve ritenersi carente di legittimazione, per effetto di legittima estromissione (cfr. Cass. s.u. 3116/06, Cass. 4936/06).

Con riferimento a quanto prospettato dai contribuenti in memoria, deve, inoltre, rilevarsi che le doglianze espresse nel ricorso principale dell’Agenzia si rivelano connaturalmente inidonee a collidere con le previsioni di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, esaurendosi in una mera critica giuridica delle determinazioni assunte del giudice di appello e nel puro rilevamento di incongruenza e lacune motivazionali (v. Cass. 12028/10).

2) 1. – Con il primo motivo del ricorso principale, l’Agenzia – deducendo omessa motivazione violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1972, art. 39, dell’art. 2697 c.c., dell’art. 2727 c.c. e segg. – censura la decisione impugnata per aver affermato l’effettività delle operazioni attestate dalla contestate fatture con violazione del criterio dell’onere della prova e mediante allegazione di elementi del tutto generici e non dettagliatamente specificati.

Con il secondo motivo del ricorso principale deducendo violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42 e D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 5 – l’Agenzia censura la decisione impugnata per aver affermato l’inidoneità della motivazione degli accertamenti a carico dei soci in quanto risolventesi in mero rinvio all’accertamento a carico della società, senza aver considerato che si trattava di redditi accertati in capo ai soci "per trasparenza" D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, ex art. 5.

Con i due motivi di ricorso incidentale condizionato, la società contribuente lamenta, sul piano della violazione di legge e su quello del difetto di motivazione, il mancato rilievo da parte del giudice a quo della preclusione determinata da giudicati favorevoli verificatisi in merito agli accertamenti iva, per gli anni 1990, 1991 e 1992, scaturiti dal mede s imo p.v.c..

2. – Il ricorso incidentale condizionato proposto dalla società contribuente e dai soci A. e Ga.Am. e P. R., va esaminato prioritariamente, giacchè introduce questioni, rilevabili di ufficio, non esaminate nel giudizio di merito (cfr.

Cass., sez. un., 23019/07).

Le doglianze di cui si sostanzia non risultano rispondenti al criterio dell’"autosufficienza del ricorso", poichè, in mancanza di compiuta descrizione dei pretesi giudicati e di precise indicazioni circa la relativa deduzione in sede di giudizio di merito, non offrono come richiesto (v. Cass. 15.910/05, 6972/05, 6225/05) tutti gli elementi necessari a questa Corte per valutare, immediatamente sulla scorta delle sole risultanze del ricorso e della sentenza impugnata, ammissibilità e fondatezza delle censure proposte.

Le doglianze in esame sono, comunque, infondate, posto che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, la diversità di rapporto giuridico dedotto in lite (nella specie: controversia concernente tributi diretti, in rapporto ad altra concernente l’iva) impedisce l’estensione del giudicato dall’una all’altra causa (cfr. Cass. 25200/09, 16816/08, 15396/08, 5943/07).

3. – Fondati e meritevoli di accoglimento si rivelano, invece, entrambi i motivi del ricorso principale dell’Agenzia.

Quanto al primo, occorre, innanzitutto, rilevare che questa Corte ha puntualizzato che la fatturazione fittizia ingenera, almeno nella prospettiva di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d, una presunzione di corrispondente indebito vantaggio economico e che – qualora l’Amministrazione fornisca validi elementi, anche meramente presuntivi purchè specifici, atti ad asseverare la contabilizzazione di fatture emesse per operazioni inesistenti con la conseguenza indebita deduzione dei costi correlativamente esposti – è onere del contribuente dimostrare l’effettiva esistenza delle operazioni (cfr. Cass. 15395/08, 2847/08, 21953/07, 1727/07).

Tanto premesso in linea di principio, va, in concreto, rilevato che, dallo stessa decisione dei giudici di appello, risulta che dal p.v.c. della G.d.F. emerge il riscontro della strutturale inadeguatezza di Dilor Pel rispetto al complesso delle prestazioni riportate nelle fatture dedotte in controversia (inadeguatezza, peraltro, analiticamente descritta nel ricorso dell’Agenzia) e che tale circostanza – di per sè idonea, in base alla richiamata giurisprudenza, a determinare il ribaltamento dell’onere della prova sul contribuente – non può considerarsi superata in funzione del solo rinvenimento di quietanze di pagamento che rappresentano una costante nella fatturazione di operazioni inesistenti.

Il secondo motivo del ricorso principale risulta fondato, poichè, trattandosi di accertamento di reddito di partecipazione imputato "per trasparenza" D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, ex art. 5, sufficiente a fini motivazionali si rivela (con riguardo alla disciplina applicabile ratione temporis) il richiamo al maggior reddito accertato, nell’annualità, a carico della società.

Questa Corte ha, infatti, reiteratamente affermato (cfr. Cass. 8230/08) che – nel sistema precedente alla modifica introdotta dal D.Lgs. n. 32 del 2001, art. 1 al D.P.R. n. 600 del 1973, art 42, applicabile alla fattispecie – il requisito motivazionale degli avvisi di accertamento poteva essere soddisfatto anche mediante il riferimento ad ulteriori documenti conosciuti o conoscibili dal contribuente (cfr. Cass. 2462/07, 15842/06, 26119/05. 1034/02) e che peraltro, trattandosi di atto che l’interessato poteva conoscere avvalendosi dei suoi poteri di controllo e consultazione della documentazione in possesso della società, doveva, altresì ritenersi legittimo sul piano della motivazione l’avviso di accertamento dell’irpef dovuta dal socio, che fosse stato motivato con richiamo il maggior accertamento a carico della società. (C. Cass. 4749/06, 8407/02, 6330/02).

3) – Alla stregua delle considerazioni che precedono, s’impongono la declaratoria dell’inammissibilità del ricorso dell’Amministrazione dell’Economia e delle Finanze, l’accoglimento dei due motivi del ricorso principale dell’Agenzia delle Entrate ed il rigetto del ricorso incidentale proposto dagli intimati costituiti.

La sentenza impugnata va, dunque, cassata in relazione ai motivi del ricorso accolto, con rinvio della causa, anche per la regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimità, ad altra sezione della Commissione tributaria regionale della Campania.
P.Q.M.

LA CORTE riunisce i ricorsi; dichiara inammissibile il ricorso dell’Amministrazione dell’Economia e delle Finanze; accoglie il ricorso principale dell’Agenzia delle Entrate e rigetta il ricorso incidentale dei contribuenti costituiti; cassa la sentenza impugnata, in relazione al ricorso accolto, e rinvia la causa anche per la regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimità, ad altra sezione della Commissione tributaria regionale della Campania.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.